MISTERI SIDERALI

Il Ciapi e l’assessore Gatti: «Ente da potenziare. Anzi no: da chiudere»

Perplessità sulle posizioni contraddittorie del governo regionale

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L'assessore Paolo Gatti

L'assessore Paolo Gatti


CHIETI. Ma sono la stessa persona? L’assessore Paolo Gatti che oggi vuole chiudere il Ciapi perché è un «carrozzone» pieno di debiti è lo stesso che un paio di anni fa ha firmato un accordo di rilancio della formazione professionale attraverso l’Associazione Ciapi?
A sorpresa sono spuntate due paginette di un verbale di incontro, datato 9 luglio 2010, firmate dall’assessore Paolo Gatti, da Emilia Saugo, allora commissario Ciapi, e dai rappresentanti sindacali di Ugl, Cgil, Uil, Cisl e Confsal. In quella occasione – come si legge nel verbale – l’assessore indicò «un percorso» che prevedeva una delibera di Giunta che conteneva la volontà politica di rilanciare l’attività di formazione del Ciapi, attraverso la creazione «di un nuovo soggetto la cui natura giuridica è in via di definizione – soggetto in house in veste di Spa, società mista ecc. – che abbia il compito di assorbire tutti i lavoratori» provenienti dalla Fondazione e dall’Associazione Ciapi, intanto sciolte. In poche parole un soggetto che salvava tutti e che dava un ruolo ed una mission al vecchio Ciapi. Tutti d’accordo, naturalmente, e così si espressero in sequenza Ugl, Cgil, Uil, Cis, Confsal ed il Commissario Saugo che condivisero «lo schema proposto» auspicando la creazione di un ente capace di competere sul mercato della formazione. Tanto che l’assessore Gatti spiegò che «era evidente che la prima fase dell’attività del nuovo soggetto dovrà essere sostenuta».

Però il problema di questa promessa fu che dopo un anno dall’incontro l’assessore non aveva ancora fatto nulla di quanto proposto e poi condiviso dagli altri. Successivamente arrivò la moda della soppressione degli enti (Aptr, Arssa ecc.), poi fu la volta della spending review. Infine c’è stata la dichiarazione sul carrozzone da chiudere che non sembra proprio sorella dei progetti del 2010. Se tanto mi da tanto, è probabile che se, da parte dell’assessore il tasso di rispetto delle promesse di oggi è come quello di ieri, tra due anni staremo ancora a parlare di Ciapi da chiudere. Anche perché sembra che tutta la fretta iniziale si sia bloccata di fronte a qualche problema burocratico legato alla Fondazione da sciogliere.
Mancherebbe  qualche tassello sul riconoscimento della personalità giuridica di questo ente che da 12 anni ha amministrato il patrimonio edilizio del Ciapi. In effetti la Regione se ne è accorta solo ora anche se qualcuno aveva già sollevato il problema. In effetti l’art. 2 della legge istitutiva del 2000, all’art. 2 è scritto con chiarezza che alla «Fondazione Ciapi è riconosciuta personalità giuridica», ma sembra che per ottenere questo riconoscimento si debba essere iscritti in qualche elenco prefettizio e non si sa se questo è stato fatto. L’art. 3 della stessa legge, comma 2, dice anche chiaramente che il patrimonio ereditato dalla Regione, potrà essere aumentato. Non dice, invece, che potrà essere venduto, come è avvenuto con l’alienazione all’università dei 3/5 degli edifici. Torna cioè prepotentemente alla ribalta la vendita degli edifici all’UdA per 13,5 mln finalizzata al ripiano dei debiti del Ciapi.
Ma la finanza nei mesi scorsi ha anche indagato sulla fine che hanno fatto questi soldi cash per capire se per caso siano andati a finire all’estero. Il fascicolo completo del lavoro dei finanzieri è stato consegnato da un anno alla Procura della Repubblica di Chieti e non si è saputo più niente. Sarebbe interessante invece scoprire se qualche assegno da 250 mila euro, proprio uno di quelli usati dalla d’Annunzio per pagare l’acquisto, sia stato negoziato in un paese dell’Est, ad esempio l’Ungheria, invece di essere usato per pagare i debiti del Ciapi.

Sebastiano Calella