L'APPELLO

Ricatti hot, «anche i Barretta e la moglie di Sgarbi sapevano dei ricatti»

In appello l’accusa insiste sull’associazione a delinquere caduta nella sentenza di primo grado

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Ricatti hot, «anche i Barretta e la moglie di Sgarbi sapevano dei ricatti»

Il giudice Romandini


PESCARA. Sarà sicuramente battaglia in Corte d’Appello per il processo sui ricatti hot alle facoltose donne tedesche, tra le quali anche Susanne Klatten.
Sarà una partita importantissima non solo per il principale imputato, Ernani Barretta, condannato in primo grado a 7 anni di carcere e a risarcire le parti offese per oltre 10mln di euro, ma anche per i suoi figli Clelia e Marcello, per la moglie Beatrice e per la moglie di Helg Sgarbi, Franziska, che in primo grado sono stati assolti.
Secondo il tribunale i quattro avrebbero scoperto quello che avveniva ai danni delle facoltose donne tedesche solo dopo l’arresto di Helg Sgarbi, al contrario di quanto sostiene l’accusa che li vede parti in causa nella presunta associazione per delinquere.
I giudici tuttavia hanno inviato nuovamente parte delle carte del processo al pm che dovrà riformulare nuove accuse per loro che dovranno rispondere del reato di riciclaggio.
Per i giudici, infatti, gli imputati conoscevano la provenienza illecita del denaro che hanno speso in contanti.
E’ caduta, dunque, nella sentenza di primo grado quel teorema che voleva una partecipazione diretta ed un coinvolgimento pieno di tutti gli imputati alle attività estorsive e alle truffe perpetrate materialmente da Helg Sgarbi che in Germania ha confessato.
Ma questa ricostruzione dei fatti viene contestata nell’appello dal sostituto procuratore Gennaro Varone secondo il quale, «vi sono plurimi elementi fattuali (alcuni documentali) e di logica stringente per ritenere che l’azione degli imputati Barretta Clelia, Batschlet Beatrice e Barretta Marcello, di ausilio al Barretta Ernani, nell’impiego del denaro compendio di delitto non sia estemporanea ed inconsapevole, ma frutto di un preciso accordo preesistente alla commissione dei reati».
Sempre il pm sostiene che la moglie di Sgarbi «fosse pienamente consapevole delle illecite attività dell’Ernani e del marito e che, con gli altri, abbia agito, concorsualmente, in virtù di un patto preesistente alle azioni illecite».

«LA PROMESSA DI MUTUO SOCCORSO E L’ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE»
La pubblica accusa nel ricorso in appello, oltre a correggere il tiro di alcune intercettazioni che non sarebbero state ben interpretate, fa anche notare «la promessa di mutuo soccorso» tra gli imputati, prerogativa dell’associazione a delinquere, e il fatto che non vi sia stata nessuna restituzione del denaro delle truffe alle donne tedesche.
«In nessuna delle conversazioni intercettate vi è, mai, il benché minimo accenno, da parte di alcuno, alla possibilità di addivenire davvero ad una restituzione; restituzione che ci si poteva attendere soltanto da persone che, davvero, avessero ignorato le attività criminali dell’Ernani, e che fossero, improvvisamente, venute a conoscenza (secondo il Tribunale) che un loro prossimo congiunto, resosi responsabile di un grave reato, era trattenuto in stato di arresto».
L’avere, invece, scelto di resistere ad oltranza e di tenere per sé il denaro derivante dalla truffa «è segno (ulteriore) che quella illecita detenzione sia ampiamente concordata, perché concordata era stata la condotta truffaldina che l’aveva originata».

I VIAGGI IN EGITTO
I primi viaggi in Egitto risalgono alla fine del 2007 e vi partecipano Sgarbi e Barretta con le due mogli. A dicembre Sgarbi stipulò un preliminare di acquisto immobiliare per una villa da 550 mila euro e versò 80 mila euro in contanti con banconote da 500 euro.
«E’ assolutamente pacifico che un simile importo fosse assolutamente fuori della portata del gruppo Barretta, se si considerano le entrate lecite della comune attività di impresa», dice il pm.
Quindi, sin dal dicembre 2007, chi si recò in Egitto per preparare e concludere l’acquisto immobiliare, «conosceva la provenienza del denaro da investire», dice l’accusa.
Per questo alla data del tentativo di estorsione (il 14 gennaio 2008, giorno in cui Sgarbi e Barretta si presentano in Austria per ritirare dalla Klatten i 14 milioni) «doveva già esserci piena consapevolezza», sostiene sempre il pm, «da parte degli altri imputati, delle attività criminali di Sgarbi e Barretta».

«CLELIA E BEATRICE DISPOSTE AD AIUTARE»
La notte tra il 12 e il 13 gennaio Clelia e Beatrice raggiunsero i due in un hotel in Austria: «è chiaro che i quattro erano pronti, una volta ottenuto il pagamento del riscatto, a partire per l’Egitto, dove sarebbe stata investita parte del denaro estorto alla Klatten. E’ palese che Clelia e Bachelet Beatrice avessero previamente promesso il loro aiuto a Sgarbi e Barretta per portare all’estero il denaro compendio di estorsione».
Dunque, dice l’accusa, «l’azione concorsuale di re-impiego inizia molto tempo prima; per proseguire anche dopo l’arresto di Sgarbi, sempre con le stesse modalità».

I SOLDI E LE PRESSIONI
Ma anche il figlio di Barretta, Marcello, dice l’accusa, non poteva essere estraneo all’associazione a delinquere. Viene dunque citato un episodio risalente al 27 settembre 2007, quando Ernani Barretta versò 200.000 euro (in tagli da 500) alle sorelle D’Epifanio per l’acquisto di un immobile ad uso abitativo.
Le due venditrici, però, (come confermato anche nel corso del dibattimento in aula) mostrarono più di qualche dubbio per quella somma in contanti ma sarebbero state tranquillizzate dal figlio di Barretta che spiegò loro come potessero versare soltanto contante.
«Come si possa sostenere», annota il pm nell’appello, «che Barretta Marcello abbia appreso dell’esistenza e della provenienza illecita di quel denaro soltanto dopo l’arresto di Sgarbi, non si riesce proprio a comprendere. Quella enorme somma di denaro contante destò preoccupazione in chi stava per ricavare un consistente utile dalla vendita; e non ne destò affatto in chi sfrontatamente ne disponeva? E’ evidentemente assurdo».

LA MOGLIE DI SGARBI SAPEVA
Per il pm vi sarebbe inoltre una prova documentale che la moglie di Sgarbi, Franziska, fosse a conoscenza dei ricatti, diversamente da quanto afferma il tribunale nella sentenza quando dice: «è chiaro che la Sgarbi nonostante fosse la moglie dell’autore materiale dei reati per cui si procede e dei quali è imputata in concorso con lui, non ha mai avuto la disponibilità della documentazione (lettere, foto ripresa video) che lo Sgarbi aveva predisposto a fini estorsivi ..».
In realtà Varone ricorda che questa affermazione «è clamorosamente smentita dalle risultanze della perquisizione», all’esito della quale presso la casa della donna è stato sequestrato il foglio contenente le stesse annotazioni che compaiono sul foglio sequestrato nella giacca del Barretta al momento dell’arresto di Sgarbi in Austria.
Non un foglio qualsiasi ma un documento che lo stesso Tribunale ha ritenuto decisivo per provare il concorso di Barretta nei reati.
L’appunto sequestrato alla donna contiene, sotto l’intestazione “Susanne Klatten”, l’indicazione di tutti i recapiti della Klatten; l’ indicazione del numero del cellulare ‘dedicato’, con cui Sgarbi si teneva in contatto con la vittima “sotto la didascalia: “cellulare nostro”).
«Il decisivo valore probatorio di tale documento, che lega indissolubilmente il suo possessore all’estorsione in danno della Klatten, non potrebbe sfuggire neppure al più ingenuo dei lettori».

Alessandra Lotti