L'UDIENZA

Processo Housework, Varone in aula: «documenti falsi e testimoni inattendibili»

«L’ex sindaco non prova vergogna nel farsi pagare viaggi e vacanze»

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LA LEGGE è UGUALE PER TUTTI

PESCARA. È iniziata stamattina la requisitoria del pubblico ministero, Gennaro Varone, nell'ambito del processo Housework che vede imputati tra gli altri l'ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso.

Il lungo processo, dunque, è entrato nella sua fase finale con le conclusioni di tutte le parti convenute; nella prossima udienza il pm concluderà il suo excursus per poi lasciare la parola agli avvocati delle parti civili ed infine parleranno gli avvocati difensori degli imputati. La sentenza è prevista dopo la seconda metà di gennaio.
Il pubblico ministero ha introdotto nel suo preambolo gli argomenti di maggiore presa, come i numerosi viaggi gratuiti pagati dalla famiglia Toto all'ex sindaco.
«Siamo in presenza di un imputato che non prova alcuna vergogna o disagio nel farsi pagare viaggi e vacanze da un imprenditore, che non ha espresso disagio quando gli ho chiesto se in vacanza non portasse almeno 10euro per comprare le caramelle al figlio. Oggi la strategia difensiva è quella di dire che tra la famiglia Toto e quella di D'Alfonso vi è uno stretto legame di amicizia e che voli e vacanze sono molti di più rispetto a quelle che la procura ha potuto accertare. Ma l'amicizia», ha ribadito Varone, «non è una scriminante della corruzione e poi i cittadini di Pescara hanno potuto apprendere che il sindaco volava gratis soltanto da un articolo de L'Espresso del 2006 ed è stato proprio in quella circostanza che l'allora sindaco inviò una smentita ai giornali negando la circostanza e chiarendo che gli unici voli erano quelli oggetto della sponsorizzazione con il Comune da parte della famiglia Toto che servivano per viaggi istituzionali di un'ampia delegazione».
In realtà la vicenda si riferisce a un comunicato di smentita inviato soltanto a PrimaDaNoi.it che è stato allora l'unico giornale abruzzese a riprendere l'articolo de L'Espresso tanto da meritarsi la piccata risposta di Palazzo di città contenuta in un comunicato che D’Alfonso fece scrivere al suo portavoce, Marco Presutti, asserendo che mai il sindaco aveva volato sul Falcon dei Toto. Un'affermazione che pesa e che segna nettamente il cambio di passo.
«Quando D’Alfonso inizia a parlare dei suoi viaggi spesati?», ha fatto notare Varone, «Quando le indagini lo mettono davanti alle numerose prove scovate dalla polizia».
«La verità è che la famiglia Toto era a completa disposizione di D’Alfonso che doveva solo indicare come e dove voleva andare», ha aggiunto il pm, «e questo si evince da una serie di email sequestrate dove D’Alfonso chiede e Toto esegue».

«NON SONO SPONSORIZZAZIONI»
«Per quanto riguarda le sponsorizzazioni di Toto per il Comune in realtà non si tratta affatto di sponsorizzazione», ha fatto notare il pm, «perché non c’è mai stato un contratto e perché la sponsorizzazione implica che la ditta abbia ricevuto visibilità in cambio, cosa che però non è mai stata richiesta né fatta»
Il pubblico ministero ha poi ribadito più volte come l’ex sindaco disponesse di numerose provviste di soldi in contanti ed in nero per far fronte a molte spese. «Vogliamo credere davvero alle vicende emerse nel dibattimento?», ha chiesto Varone riferendosi alla pensione della zia del sindaco per far fronte alle esigenze della famiglia in assenza di prelievi bancari e utilizzo di carte di credito.
Poi la pubblica accusa è passata a trattare in maniera riassuntiva tutti i vari fatti contestati che sono già stati ampiamente sviscerati durante il processo attraverso la produzione documentale, l’ascolto di numerosi testimoni.
Sul viaggio in Spagna, trasferta pagata dal Comune, D’Alfonso portò con sé anche il figlio ma attraverso una disamina incrociata di delibere, determine, fatture e appunti sequestrati, il pm ha dimostrato come alcuni testimoni abbiano detto il falso in relazione a questa vicenda e come invece alcuni documenti prodotti siano poco genuini.

«DOCUMENTI FALSI E TESTIMONI INATTENDIBILI»
Il tema dei testimoni infedeli e dei documenti falsificati è tornato più volte nel lungo racconto che si è snodato dalla mattina fino al pomeriggio e Varone ha più volte parlato di «cortina fumogena messa in piedi dagli imputati dalle difese per cercare di depistare o allontanare la ricerca della verità», molto spesso però, come è stato sottolineato, il tentativo di metterci una pezza è risultato goffo ed ha contribuito ad ingarbugliare molte delle procedure amministrative analizzate.

LA VILLA DI LETTOMANOPPELLO
Di grande confusione si è parlato anche in relazione alla vicenda della costruzione della villa di D’Alfonso a Lettomanoppello che ha visto la partecipazione di perizie di parte e l’utilizzo di decine di testimoni, tra i quali anche alcuni operai che a vario titolo hanno partecipato alla costruzione. Il pm Varone ha ribadito il concetto secondo il quale la ditta Eredi Cardinale avrebbe regalato all’ex sindaco una cifra imponente scontandogli di alcune centinaia di migliaia di euro il prezzo della casa. L’affermazione è stata possibile confrontando tutta una serie di documentazione e di fatture pagate realmente dalla ditta incaricata di costruire la villa chiavi in mano alle ditte subappaltatrici per materiale e manodopera.
«Basta avere una buona calcolatrice per compiere semplici operazioni e per capire che l’imprenditore abbia lavorato senza alcun guadagno ed in alcuni casi perdendo soldi».
Diverse critiche neppure troppo velate il pm le ha rivolte ai consulenti della difesa che su questo argomento avrebbero compiuto «diversi errori» e «sostenuto tesi fantasiose smentite dai documenti».
Il sostituto procuratore ha fatto notare ancora una volta come all’improvviso tra il 2004 il 2006 la ditta Eredi Cardinale, mentre costruiva la villa di D’Alfonso, riceveva dai dirigenti imputati Giampiero Leombroni e Vincenzo Cirone una serie di appalti dal Comune di Pescara. «E stata però come una meteora», ha chiosato Varone, «la ditta non aveva mai lavorato per l’amministrazione comunale e dopo i due anni di attività è scomparsa nuovamente dalle ditte incaricate dall’amministrazione pubblica».

L’AREA DI RISULTA
Anche sull’area di risulta sono state ripetute molte delle cose già emesse in sede di indagine e durante il processo. Sono stati citati documenti che, da una parte, non dovevano essere conosciuti dalla ditta Toto e che ha fatto parlare il pubblico ministero di «bando predisposto a quattro mani» e, dall’altro, con una serie di escamotage il Comune ha costruito un bando non chiaro «che ha messo fuori gioco gli eventuali concorrenti mentre la Toto spa è stata l’unica a comprendere le potenzialità dei ricavi imputabili, oltre alla gestione dei 600 parcheggi a pagamento anche dalla gestione dei varchi per la Ztl».

I CIMITERI
Dei consulenti per il progetto di finanza dei cimiteri (Ferragina e Mariani), affidato poi alla Delta Costruzioni, Varone ha parlato diffusamente dicendo che sarebbero stati pagati per fare «poco o nulla» mentre la procedura amministrativa è stata ingarbugliata da una serie di atti postumi per giustificativi e pezze d’appoggio non senza qualche errore grossolano.
«Molte delle procedure amministrative sono confuse con errori grossolani, sviste che stanno ad indicare che quella amministrazione era sicura che non avremmo mai controllato nulla».
In almeno un caso la procura è riuscita a provare che un documento era stato creato il giorno dopo le perquisizioni della polizia a De Cesaris sostituendo l’originale e creandone uno che potesse aiutare a sostenere la tesi difensiva.
Sempre nell’ambito dell’appalto dei cimiteri Varone ha illustrato le incongruenze delle carte dell’affidamento del Comune poiché «carenti spesso di elementi fondamentali» e non rendevano chiaro intenzionalmente il meccanismo ed il potenziale guadagno del privato dovuto dalla differenza tra le spese per i lavori da effettuare e la gestone dei loculi. Varone ha dimostrato inoltre che la tariffa media indicata dalla ditta era errata mentre le tariffe reali per i cittadini sono state aumentate a dismisura anche grazie a mancate previsioni specifiche in materia da parte del Comune».
In questa vicenda si inserisce anche la rinuncia della ditta Rialto Costruzioni che si era aggiudicata l’appalto per il cimitero di Colle Madonna lasciando spazio alla ditta Di Massimo De Cesaris. Una rinuncia giudicata «strana» dal pm Varone.

INCONGRUENZE SULLA LISTA DEZIO
L’accusa ha parlato di «gestone personalistica della Margherita» e poi del Pd, riscontrando dai documenti una serie di irregolarità nei conti, in parte testimoniate anche dal tesoriere di allora, Zuccarini, che «soffriva nel non poter gestire i soldi del partito in maniera trasparente».
Sulla lista Dezio, Varone ha fatto notare alcune incongruenze emerse dall’esame di imputati e testimoni.
Intanto che alcuni grandi finanziatori della Margherita, alcuni anche imputati in questo processo e da sempre vicini a D’Alfonso, scompaiono poi come contributori nella prima fase del Pd ma ricompaiono nella lista Dezio accanto alla lettera “N”.
Se per Dezio quella “N” accanto ad una cifra significherebbe “negativo” per Varone non è affatto così. «Per quale ragione per esempio Dezio avrebbe dovuto scrivere “7 n” ovvero “7 mila negativo” come dire “non mi ha dato 7mila” per esempio accanto al nome di Di Properzio? Sarebbe stato più logico scrivere “zero”. Ma la cosa più assurda è che troviamo “7 N” anche vicino a Toto Alfonso che sappiamo aver dato a D’Alfonso ben altri contributi per anni. Vi pare mai possibile che abbia negato a Dezio 7mila euro? Ecco perché “N” sta per “nero”, dunque un finanziamento a D’Alfonso in nero».
In più c’è la circostanza dei versamenti effettuati da Tino Taraborrelli, super dirigente di Montesilvano e Pescara, che nella lista Dezio figura con un “8 N” e che nel dibattimento ha ammesso di aver dato quel contributo a Dezio. «E’ l’ennesima prova che “N” non può significare “negativo” se questo testimone ne ha confermato il versamento. E poi qui in aula quando gli è stato chiesto il nome della associazione che sponsorizzava non sapeva nemmeno che era Europa prossima».

GIORNALISTI
Nel lungo excursus è finito nuovamente l’ex giornalista de Il Tempo, Francesco Di Miero, che in seguito all’interessamento di D’Alfonso è stato pagato da Massimo De Cesaris, dalla Soget e dalla Delta costruzioni «per non svolgere alcuna attività».
«Di Miero», ha ricordato Varone, «ha confermato di non aver mai sentito l’esigenza di chiedere a D’Alfonso come mai le ditte non gli chiedevano servizi in cambio perché dovevano semplicemente pagare il giornalista. La circostanza è confermata dal fatto che in un appunto di Massimo De Cesaris i soldi versati a Di Miero stanno sotto la voce “erogazioni liberali a partito politico”. Perché? Perché D’Alfonso aveva chiesto di pagare. L’imputato D’Alfonso intende la stampa come cassa di risonanza della sua attività e megafono per il suo pensiero e non ammette che vi siano voci critiche».
Varone ha poi richiamato (come aveva già fatto nella requisitoria del processo “Ciclone”) la critica al quotidiano Il Messaggero che avrebbe trattato la vicenda dell’indagine e del processo in corso in più riprese come una sorta di «preventiva difesa dell’imputato D’Alfonso».

IL PROSSIMO APPUNTAMENTO
Nella prossima udienza, lunedì prossimo, appare scontata la richiesta di condanna per la maggior parte degli imputati mentre per D’Alfonso, a conti fatti, la richiesta dell’accusa potrebbe non essere inferiore a 5 anni.

Alessandro Biancardi