L'INCHIESTA

Mobbing e lesioni, chiesto rinvio a giudizio per i vertici della Sevel

L’udienza si terrà il prossimo 4 marzo davanti al giudice di Lanciano

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SEVEL
ATESSA. Il giudice per le indagini preliminari di Lanciano dovrà decidere sul rinvio a giudizio dei vertici dello stabilimento Sevel di Atessa.

I capi di imputazione vanno dai maltrattamenti, alle lesioni personali. Il 26 aprile scorso il pm, Ruggiero Dicuonzo ha chiesto che gli indagati vadano a processo. L’udienza, fissata il 4 marzo, si terrà presso il tribunale di Lanciano.
I fatti risalgono al periodo 2008- 2010 quando i cinque imputati ricoprivano ruoli di dirigenza. In particolare, Alfredo Leggero era rappresentante legale della Sevel (posizione rivestita dal 4 dicembre 2008 al settembre 2009), Carlo Materazzo titolare dello stesso ruolo nel periodo successivo, Emilio Ciummelli gestore operativo, Alessandro Pellicciotta capo dell'unità operativa Ute e Raffaele Supino responsabile del personale presso il reparto di lastratura.
All’epoca dei fatti, secondo l’accusa, l’operaia Lina Piccirelli, «è stata maltrattata attraverso una serie abituale e volontaria di atti di vessazione fisica e morale con reiterati comportamenti umilianti e lesivi verso la sua dignità personale».
In pratica, si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, «i dirigenti non hanno consegnato alla lavoratrice strumenti di protezione necessari (scarpe antinfortunistica a suola morbide)» per permetterle di accedere al reparto di lastratura e considerati anche i suoi problemi di salute (la donna soffriva di piede caco bilaterale e di lombosciatalgia). I dirigenti però le hanno affidato mansioni lavorative penalizzanti, collocandola in un ambiente lavorativo privo di contatti con l’esterno, «procurandole una sofferenza fisica e morale da cui derivava una condizione di vita intollerabile e lesioni gravi».

Sempre dalle carte viene fuori che la donna, in seguito a questi maltrattamenti, abbia sofferto di uno stato ansioso depressivo cronico della durata superiore a 40 giorni dovuto a disadattamento ambientale. L’operaia non si è più ripresa da questo disturbo, ha detto il sindacato Cisl, «ed è ancora in cura psicofarmacologica».
L’inchiesta è partita circa due anni fa da una denuncia presentata dall’avvocato Pietro Cotellessa, legale della Cisl di Lanciano, sindacato a cui la donna si è rivolta, che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio dei vertici aziendali. In un primo momento il Pubblico Ministero aveva chiesto l’archiviazione del procedimento, respinta dal Gip Canosa a seguito dell’opposizione presentata dal legale della donna. Le ulteriori indagini sollecitate hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura.
All’udienza del 4 marzo saranno presenti gli imputati Alfredo Leggero e Carlo Materazzo difesi dall’avvocato Anfora Giovannandrea del Foro di Torino, e gli altri tre imputati ( Emilio Ciummelli,. Alessandro Pellicciotta e Raffaele Supino), assistiti dall’avvocato Sandro Mammarella.
La parte offesa, l’operaia, si legge nel rinvio a giudizio, «assistita dal legale Pietro Cotellessa di Lanciano può partecipare per costituirsi parte civile e chiedere un risarcimento».
Ci sono però degli aspetti ancora da chiarire, dice la Cisl, «resta difficile da capire la giustificazione addotta dalla Sevel, ovvero la mancanza di dispositivi di protezione adeguati per poter permettere l’attività lavorativa alla dipendente, soprattutto se calata nel contesto di recessione attuale con i consistenti tagli al personale avvenuti negli ultimi tempi, considerando anche il fatto che la Sevel ha continuato a retribuire regolarmente la dipendente, per molti mesi, pur non occupandola in una postazione di lavoro. A seguito delle denunce e delle insistenti richieste, all’operaia sono state poi fornite le nuove scarpe e la stessa è stata assegnata ad una postazione di lavoro che tutt’oggi occupa regolarmente».
L’operaia ha presentato, tramite il suo legale, oltre alla denuncia penale, anche un ricorso per risarcimento danni al giudice del Lavoro del Tribunale di Lanciano, la dottoressa De Nisco, corredato da certificazioni mediche e perizie psichiatriche effettuate da esperti del settore, chiamando a deporre numerosi testimoni.
Il processo del lavoro è già iniziato ed in quella sede la donna ha chiesto un risarcimento alla Sevel per i danni subiti, pari a 150.000 euro.