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La Provincia de L’Aquila e la «polizza di assicurazione per Di Pangrazio»

«Aumenti non dovuti sono un danno per la pubblica amministrazione»

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La Provincia de L’Aquila e la «polizza di assicurazione per Di Pangrazio»

Giovanni Di Pangrazio

ANTEPRIMA. L’AQUILA. Una «polizza di assicurazione» a favore del direttore generale Giovanni Di Pangrazio.
E’ quella che la Provincia dell’Aquila aveva inserito nel contratto firmato nel 1999 e rimasto valido fino al 2007 e che avrebbe valicato sia la natura fiduciaria dell’incarico ma anche gli «elementari principi di economicità» della pubblica amministrazione.

E’ questo un altro degli aspetti che emerge dalla relazione della Ragioneria generale dello stato che nella primavera del 2008 ha effettuato una ispezione nella Provincia dell’Aquila valutando la spesa del personale, gli incarichi esterni, il patto di stabilità del 2006, l’indebitamento e il risultato d’amministrazione.
Secondo l’ipotesi della Ragioneria Di Pangrazio (oggi sindaco di Avezzano) avrebbe percepito oltre 600 mila euro non dovuti.
«Il sindaco ci dica che è stata archiviata», chiede a gran voce Innocenzo Ranieri, coordinatore cittadino di Fondazione Italiana perché così Di Pangrazio «continuerà a godere della fiducia che merita e il concorso con il quale si vorrà assumere il nuovo personale non darà adito a nessun dubbio e garantisca ad ogni cittadino di Avezzano la massima trasparenza».

LA PROVINCIA SI E’ SPINTA TROPPO IN LA’
Secondo quanto ricostruito dagli atti, la Provincia si sarebbe spinta troppo oltre garantendogli il mantenimento della sua retribuzione da direttore generale anche in caso di mancata riconferma e per i sei mesi successivi. «Non vi sono dubbi», si legge nel rapporto dell’ispezione, «circa l’invalidità di questa clausola contrattuale». L’ente provinciale era infatti disposto a pagare (questa eventualità poi non si è mai concretizzata) 6 mesi «un soggetto in assenza di qualunque controprestazione a titolo di mera liberalità», recita la relazione.

LA DURATA DELL’INCARICO
Questa viene ritenuta una clausola «che va ben oltre» le norme dello statuto provinciale sul quale l’ispettorato generale mostra comunque altre riserve. «Dubbi di legittimità» coinvolgono anche l’articolo 70 dello statuto perché consente al direttore generale di restare in carica oltre il mandato del presidente che lo ha nominato «e non per più di 60 giorni dal termine del mandato».
Ma questa norma (tuttora in vigore) cozzerebbe, dice il dirigente Bardani, con quanto disposto dal testo unico degli enti locali che stabilisce che l’incarico del direttore generale «non può eccedere quello del mandato del presidente della Provincia». Dunque quando il presidente va a a casa, a casa deve andarci anche il direttore generale. Ma a L’Aquila non è così.
Anche perché nominare un direttore generale non è obbligatorio e non si può dire, annota ancora il tecnico «che la proroga dei poteri al direttore generale sia necessaria».

«LA POLIZZA ASSICURATIVA»
Ma come detto la Provincia è andata ancora oltre stabilendo che in caso di mancata riconferma del direttore generale bisognava comunque versare lo stipendio per almeno altre sei mensilità.
E’ questa che la ragioneria generale dello Stato definisce una vera e propria «assicurazione» per l’attuale primo cittadino di Avezzano che però «viola la natura fiduciaria dell’incarico potendo rappresentare una remora per il nuovo presidente della Provincia eletto a non riconfermare il precedente direttore generale in quanto sarebbe costretto a scegliere fra due alternative nessuna delle quali conforme all’interesse pubblico».
Cosa fare a quel punto? Nominare un direttore di propria fiducia pagando questi e il precedente con una doppia erogazione per sei mesi? Riconfermare il precedente pur non essendo pienamente di propria fiducia?
Secondo quanto espresso nella relazione del Ministero il presidente della Provincia (in questo caso fu Palmiero Susi ) ha messo «un indebito vincolo alla libertà di determinazione del proprio successore» e lo ha fatto «accettando il rischio di caricare l’ente di un’inutile spesa. Ha quindi sostanzialmente previsto una liberalità eventuale a favore di una persona di propria fiducia a tutto danno dell’ente».
«Simili clausole», si legge ancora nella relazione, «possono essere legittime nel settore privato ma non lo sono per incarichi dirigenziali pubblici e remunerati con risorse pubbliche».

I DUE CONTRATTI
Il primo contratto da direttore generale è stato stipulato con Di Pangrazio il 2 dicembre del 1999 per volontà dell’allora presidente Susi. Compenso annuo di 87.797 euro (allora venne esplicitato in lira, 170 milioni lordi) più rimborso di vitto e alloggio.
Il secondo contratto è datato 2 giugno 2007, il compenso è salito a 115 mila euro lordi più auto di servizio rimborso spese vitto e alloggio. A questo punto, però, scomparve la clausola del pagamento di sei mesi anche in caso di mancata riconferma.

GLI «AUMENTI INGIUSTIFICATI»
L’ispettore ha però trovato provvedimenti «unilaterali dell’amministrazione» che hanno innalzato il compenso base del direttore generale che dagli iniziali 87.790 euro è lievitato fino a 105.357 euro. Anche con il nuovo contratto la cifra base sarebbe cresciuta.
Il dirigente Bardani passa in rassegna i provvedimenti del 2002 e del 2003 definiti senza «alcuna giustificazione». Ad esempio un aumento del 20% concesso non sarebbe stato necessario nemmeno per «riconoscere», come recita la motivazione della deliberazione, «la rilevanza rispetto ai dirigenti per i quali i nuovi contratti collettivi avevano determinato e continuano a determinare significati incrementi retributivi». «Questa motivazione», si legge nella contestazione, «può avere un rilievo meramente politico connessa ad esigenze di prestigio della figura dirigenziale ma non ha alcuno spessore giuridico: al momento di stipulare il contratto sia l’amministrazione che il direttore erano ben consapevoli dell’esistenza di una dinamica retributiva legata ai contratti nazionali e decentrati dalla dirigenza».
L’aumento «non può trovare giustificazione», insiste la relazione, «nemmeno in relazione all’ampliamento delle competenze».
In pratica la Provincia non doveva alcun aumento e Di Pangrazio perché lui era «comunque tenuto ad assolvere le medesime funzioni, con la medesima diligenza anche in assenza di una erogazione aggiuntiva».
«Hanno deciso di pagare di più per una prestazione che già avevano diritto di ricevere pagando legittimamente un compenso inferiore: una condotta del genere configura una vera e propria liberalità attuata con pubblico denaro come tale produttiva di danno erariale».
La stima di questo danno «non è difficile», annota il servizio ispettivo, e «ammonta a 134.616 euro». Dubbi vengono espressi anche sui conguagli

TROPPO LAVORO DA FARE
Nel contratto stipulato nel dicembre del 1999 Di Pangrazio accettò di svolgere anche la funzione di dirigente del settore servizi economici finanziari. Lui ricopriva quell’incarico dal 1994 e lo ha mantenuto anche dopo essere stato scelto come direttore generale generando quello che gli ispettori definiscono «la violazione del principio di onnicomprensività».
In un primo momento Di Pangrazio ha rinunciato «ad ogni pretesa remunerativa collegata a tale posizione». Le cose cambiano con il nuovo contratto, quello del giugno del 2007: a di Pangrazio venne data una retribuzione per quel ruolo di 3.297 euro per 13 mensilità.
Molti i dubbi dell’ispezione: «la presidente della Provincia Stefania Pezzopane non aveva alcuna ragione, alcun vincolo giuridico che la impegnasse a stipulare un nuovo contratto tanto più favorevole a Di Pangrazio». «Al cumulo degli incarichi», si legge ancora nella relazione, «si aggiunge il cumulo delle retribuzioni». Ma questo non è il solo dubbio. Infatti durante l’ispezione si scopre che Di Pangrazio aveva ammesso di essere troppo impegnato nella sua veste di direttore generale e delegò, dunque, le funzioni di dirigente del settore ragioneria al dirigente del settore tributi.
«Evidentemente», sottolinea la ragioneria generale dello Stato, «la Provincia paga per qualcosa che non riceve».

Alessandra Lotti