L'UDIENZA

Processo Ciclone, iniziata la requisitoria: «istituzioni agli ordini di amministratori spregiudicati»

Antonella Marsiglia in aula parla del mistero dell’orologio

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Processo Ciclone, iniziata la requisitoria: «istituzioni agli ordini di amministratori spregiudicati»
PESCARA. Lunghissima udienza del processo Ciclone oggi.

Imputati, avvocati e giudici si fanno forza perché ormai il più è passato e si entra nelle fasi finali. Con un pronostico difficile si può dire che mancano almeno tre udienze e non più di sette per la sentenza di primo grado.
Oggi ha iniziato il pm Gennaro Varone con la sua requisitoria, un estenuante riassunto di tutti i particolari contestati ed emersi nell’ambito del dibattimento, un bignami del Ciclone che andrà avanti almeno per un’altra udienza. Poi toccherà alle parti civili e ai difensori dei tanti imputati.
L’udienza si è aperta però con gli ultimi testimoni della lista, in qualche modo tirati dentro dalle dichiarazioni emerse durante il processo per tangenti al Comune di Montesilvano.
La testimonianza del comandante della polizia municipale di Montesilvano Antonella Marsiglia, moglie dell'ex dirigente della squadra mobile di Pescara Nicola Zupo, ha caratterizzato per diversi minuti l’interrogatorio. Il comandante dei vigili è stata chiamata a riferire sulla vicenda legata a un orologio di marca Philipe Patek, che per l'accusa sarebbe frutto di una tangente mentre per la difesa sarebbe un regalo della Marsiglia all'ex sindaco Enzo Cantagallo.
Il teste ha riferito al tribunale collegiale che in quel periodo aveva ricevuto una bella notizia ed una eredità cospicua che l'avrebbe spinta a regalare un orologio al marito. La donna ha sostenuto di aver chiesto consiglio a Cantagallo sulla marca in quanto l'ex sindaco era esperto in materia.
Cantagallo le ha dunque consigliato un Philippe Patek del valore di 11 mila euro e l 'avrebbe indirizzata a Lamberto Di Pentima, che dopo aver ricevuto i soldi prelevati dalla donna da un conto corrente di una banca che ha sede a Cernusco sul Naviglio (Milano), l'ha acquistato tramite un commerciante di orologi di Pescara.
«L'avvocato Lamberto Di Pentima», ha aggiunto Marsiglia, «mi ha detto che ci avrebbe pensato lui così mi sono procurata il denaro e gliel’ho consegnato. Ma poi quando mi ha fatto vedere l'orologio ho subito pensato che si trattasse di una "patacca" perchè era privo di garanzia intestata a me oltre che di fattura. Non potevo regalarlo a mio marito e gli ho detto che non lo volevo e che poteva farne ciò che voleva».
Il presidente del collegio, Carmelo De Sanctis, ha allora chiesto se avesse chiesto indietro il denaro ricevendo una risposta negativa. «Perché non l’ha richiesto indietro?» «Non potevo richiederlo perchè l'avvocato Di Pentima era soltanto il tramite e non il venditore».
Poi è stato mostrato un certificato di garanzia e Marsiglia ha detto di non riconoscerlo. Si tratta di un certificato di garanzia datato 11 marzo 2005, mentre il prelievo per pagare l'orologio è stato effettuato il 17 marzo.
In mattinata ha testimoniato anche Antonio Angelucci, il commerciante che ha venduto l'orologio a Di Pentima. Il teste contrariamente a quanto dichiarato alla polizia nel 2007 ha detto di aver venduto il Patek a Di Pentima e di esserselo ricordato solo oggi alla vista in aula dell’ «orologio e del certificato di garanzia».
Nelle sue dichiarazioni spontanee durante il processo il principale imputato, l’ex sindaco Enzo Cantagallo, aveva additato proprio l’orologio come prova di uno stretto legame con la Marsiglia, orologio che non fu trovato, perché disse «era stato nascosto meglio» mentre invece la polizia sequestrò la scatola e la garanzia.

ACCUSE COME MACIGNI
Per circa quattro ore ha poi parlato il pm Varone che ha seguito l’inchiesta dal suo nascere nel 2006. L’accusa ha iniziato a ripercorrere tutte le contestazioni avendo come “indice” i capi di imputazione e snocciolando per ognuno di essi fatti, documenti, intercettazioni e aneddoti. Tutti fatti già noti ed emersi fin dagli arresti. Il filo conduttore della requisitoria appena iniziata e condensata in una corposa memoria depositata oggi è quello del completo asservimento delle istituzioni per agevolare, coprire, giustificare, atti che avrebbero portato ricchezza privata agli imputati.
Varone non ha usato mezzi termini e ha parlato di «completa destrutturazione del procedimento amministrativo per arricchimenti personali». Tutto ruotava intorno all’edilizia e agli accordi di programma che è stato uno strumento abusato nell’era Cantagallo. «L’accordo di programma serve per fare opere pubbliche con l’accordo del privato che si adopera non serve per aumentare la cubatura in complessi che sono lontani. A Montesilvano sono state per esempio costruite rotatorie anche dove non servivano a nulla ma che servivano a giustificare l’aumento di cubatura per i soliti imprenditori che avevano sottoscritto l’accordo con il comune».
Varone ha descritto la commistione ed il gioco di squadra fra moltissimi degli imputati nella gestione dell’ente pubblico. Si è parlato dei progetti elaborati da Rolando Canale, dipendente e responsabile del settore urbanistica del Comune, che gli avrebbero fruttato oltre 200mila euro per prestazioni effettuate per conto di ditte private.
«E’ un fatto di una gravità assoluta», ha detto Varone, «un dipendente comunale non può farlo. Lo dice la legge. Inoltre quegli stessi progetti poi finivano all’attenzione di Canale stesso che se li trovava sulla scrivania dopo che erano stati firmati da altro professionista».
In più occasioni Varone ha parlato della necessità di «spersonalizzare l’azione illecita» attraverso decisioni del consiglio comunale che doveva convocarsi anche per «dare una veste di legittimità a decisioni che invece nascevano per queste ragioni».
Molte le intercettazioni citate che sono state giudicate «schiaccianti» dal pm e che saranno oggetto di analisi dalle prossime udienze da parte delle difese.