LA SENTENZA

«PrimaDaNoi.it non ha diffamato». Cimini condannato a pagare oltre 6mila euro

Tre gli articoli incriminati del 2009

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«PrimaDaNoi.it non ha diffamato». Cimini condannato a pagare oltre 6mila euro

La pagina pubblicata sul sito del Parco che evidenzia le pubblicità

SULMONA. Alla fine è arrivata la sentenza che risolve, per ora, una incresciosa situazione che risale ormai al 2009.


Il giudice civile di Sulmona, Massimo Marasca, ha stabilito che PrimaDaNoi.it non diffamò il direttore del Parco della Maiella, Nicola Cimini, che è stato dunque condannato a pagare 6mila euro più iva per diritti e onorari al direttore di Pdn, Alessandro Biancardi, alla giornalista Manuela Rosa e alla società editrice del quotidiano, difesi dall'avvocato Mauro Talamonti.
La storia inizia nel 2009 quando in seguito ad alcune segnalazioni iniziammo ad indagare sulle cause che avevano portato all’abbandono di uno dei primi impianti eolici d’Abruzzo a Palena.
L’indagine è stata di quelle difficoltose con molti rimpalli, qualche dichiarazione e pochi documenti: ne nacque un primo articolo “Palena. Le pale non girano. Soldi pubblici buttai al vento?” che tra l’altro conteneva dichiarazioni molto forti del sindaco di Palena, Domenico Parente, contro il Parco, dichiarazioni che poi intese orientare meglio nel senso. Tentammo di avere risposte in merito dal direttore del Parco, Nicola Cimini, che cercammo per una settimana.
Solo dopo la pubblicazione dell’articolo Cimini rispose contrariato nonostante una serie di telefonate intercorse ma con il direttore del Parco i rapporti furono da subito difficoltosi poiché non gradiva affatto il nostro interessamento.
Intanto gli articoli non passarono inosservati e per alcune settimane fioccarono segnalazioni su diversi aspetti della gestione del parco (oggi commissariato) e tra le altre cose Cimini parlò di interessi privati del sindaco di Palena. Insomma un argomento che seppure datato riuscì a sollevare questioni e polveroni; poi passati gli articoli tutto è subito ritornato nell’oblio. Senza risposte, ovviamente.
Come ultimo atto si registrò una dura presa di posizione del direttore Cimini che utilizzò il sito istituzionale del Parco per pubblicare una lunga invettiva nella quale si legge che le «le risposte telefoniche fornite e, soprattutto, la risposta inoltrata dal Parco, non solo è stata sapientemente censurata in tutte le parti “scomode” ma è stata anche manipolata» in modo da presentare una verità di comodo.
Gli articoli di fatto erano «un inganno ai lettori», che il giornale mancava di «trasparenza» e che per «interessi economici» il giornale forniva una informazione manipolata. Interessi economici chiari e palesi come gli annunci pubblicitari contestuali forniti da Google che per Cimini sono la prova della corruzione del giornale evidentemente non solo morale.
A simili accuse seguì una altrettanto dura replica imposta solo per dovere di chiarezza verso i lettori.
Il giudice civile, Massimo Marasca, nella sua sentenza di 10 pagine ha certificato la correttezza dell’operato di questo giornale per tutti e tre gli articoli, ha sancito il pieno diritto di cronaca nelle nostre inchieste, l’inesistenza di alcuna manipolazione dell’informazione o distorta verità come asserito da Cimini. Ha inoltre smontato nettamente gli assunti di Cimini e del suo avvocato Camillo Tatozzi secondo i quali la notizia non era di interesse pubblico perché riguardava «fatti vecchi».
Il giudice ha poi distinto lo scambio di accuse date dalla pubblicazione di Cimini sul sito del Parco e l’editoriale di risposta del direttore Biancardi, accuse che si bilancerebbero a vicenda e che dunque per questo non punibili anche perché Cimini avrebbe dovuto provare la mancanza di un nesso causale nelle accuse del direttore di Pdn, prova che non ha fornito.
Il giudice ha poi rigettato la richiesta di Pdn di lite temeraria e condannato Cimini al pagamento dei diritti e degli onorari.


LA VITTORIA NON CANCELLA LA PESANTISSIMA INTIMIDAZIONE ALLA LIBERTA’ DI STAMPA
La soddisfazione più grande -che ci ha anche sorpreso- è stata quella di trovare un giudice preparato che ha studiato la causa nei minimi particolari producendo una sentenza di ben 10 pagine, cosa che finora non ci era ancora capitata. La sentenza tuttavia non cancella né affievolisce la sgradevole sensazione di essere stati costretti a perdere tempo, accusati e infangati pesantemente da un dipendente pubblico che si è sentito disturbato dalla nostra voglia di conoscere la verità. Rimane la sgradevole sensazione di essere stati intimiditi pesantemente per evitare di continuare a svolgere il nostro lavoro. Non abbiamo mai capito per quale ragione, il sindaco di Palena, Domenico Parente, l’unica persona che aveva osato dire cose (salvo poi rettificare) contro la gestone del Parco, cose anche pesanti nei confronti di Cimini, poi non è stato nemmeno chiamato in giudizio.
La nostra vittoria contro l’arroganza del potere non cancella tuttavia la vera vittoria di altri infinitamente più grande: il silenzio e l’omertà sullo scandalo dell’impianto eolico di Palena.

a.b.