L'INCHIESTA

Sequestra e minaccia con coltello ex dipendente Villa Pini: chiesto processo per Angelini

L’episodio avvenuto a gennaio. Alla base la restituzione di 750mila euro, quadri e altri beni di valore

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Vincenzo Angelini

Vincenzo Angelini

CHIETI. La Procura di Chieti ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex patron di Villa Pini Vincenzo Maria Angelini e Maurizio Ceracchi.

Una storia inquietante che approderà adesso in un’aula di tribunale. Si tratta dell’ennesimo processo per Angelini ma questa volta le accuse mosse nei suoi confronti sono molto diverse da tutte le altre.
Si parla di un sequestro di persona, la minaccia con un coltello e la richiesta di restituzione di una montagna di soldi: 750 mila euro oltre a quadri e gioielli.
Le indagini della Digos sono andate avanti per molti mesi, anche con il supporto di intercettazioni telefoniche. Adesso i pm Giuseppe Falasca e Rosangela Di Stefano, hanno richiesto il rinvio a giudizio per i due.
Secondo quanto denunciato dalla parte offesa (un ex dipendente di Villa Pini) Angelini e Ceracchi, in concorso tra loro, si sono resi responsabili dei reati di sequestro di persona, estorsione aggravata, lesioni personali aggravate. I fatti di reato risalgono allo scorso Gennaio 2012.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti Angelini avrebbe chiesto l’aiuto di Maurizio Ceracchi, professionista privato nel settore della difesa personale, tecniche di combattimento e addestramento cani per la sicurezza personale. Poi all’inizio dell’anno avrebbe sequestrato un ex dipendente di Villa Pini a Chieti Scalo utilizzando un autoveicolo in suo possesso.
La persona offesa, una volta entrata in auto, sarebbe stata immobilizzata con un laccio al collo e tenuta costantemente sotto la minaccia di coltello. L’uomo, è stato ricostruito in fase di indagine, è stato costretto a rimanere a bordo dell’autovettura per «un notevole lasso di tempo e sottoposta a minacce e lesioni».
Angelini, sempre con “la collaborazione” di Maurizio Ceracchi, dicono ancora gli inquirenti, avrebbe intimato alla vittima, minacciandola di morte, la consegna, entro breve termine, della somma di 750.000 euro nonché la restituzione di quadri d’arte e monili d’oro, oggetti non meglio identificati.
Grazie all’attività di indagine gli uomini della Digos sono riusciti a raccogliere elementi investigativi tali da giustificare la suddetta richiesta di rinvio a giudizio degli indagati. I fatti dovranno essere vagliati di fronte al giudice terzo ed in contraddittorio con la difesa. Ambedue gli indagati, nel corso delle indagini si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, non fornendo quindi una ricostruzione alternativa a quella prospettata dal denunciante.