VERGOGNA INFINITA

Lo scandalo del porto di Francavilla su Rai Tre

Il Procuratore Enrico Di Nicola intervistato dal programma di Elsa Di Gati

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Enrico Di Nicola

Enrico Di Nicola

FRANCAVILLA AL MARE. Enrico Di Nicola, ieri mattina, su Rai Tre, per parlare del porto di Francavilla al Mare.

L’ex Procuratore di Bologna e Pescara, consulente per la legalità per il Comune di Francavilla ha partecipato al programma “Codice a Barre”, condotto da Elsa Di Gati.
Un intervento durato pochi minuti, tanti quanti bastano, per concentrare uno scandalo senza tempo.
Il porto venne alla luce nel 2007 su un sito di interesse nazionale. Tutti sapevano, prima ancora di costruirlo, che c’era bisogno di eseguire una Via (verifica di impatto ambientale, obbligatoria soprattutto per siti del genere); eppure, nessuno se ne (pre)occupò. Troppa era la fretta, forse, di acquisire quei fondi che avrebbero permesso i lavori. Come ha sottolineato più volte lo stesso Di Nicola, duro ma preciso nell'indicare le responsabilità di chi governava la città e la Regione allora.
Solo dopo, esattamente due anni dopo (il 20 ottobre 2009), il porto fu sequestrato, in seguito ad un’indagine con l'accusa di illecito smaltimento di rifiuti pericolosi che vedeva coinvolto tra gli altri anche l’ex sindaco di Francavilla Roberto Angelucci finiti sotto inchiesta con l’accusa «di aver trasportato e smaltito illecitamente la sabbia di risulta degli scavi eseguiti per la realizzazione dell’opera contenente sostanze tossiche mercurio, diossina selenio e rame con parametri superiori alla norma e di averla sparsa sull’arenile».

Oggi, del porto non resta che un relitto senza anima, senza forma, né colore, a parte il grigio spento del cemento.
Mentre Di Nicola parlava in studio, al cospetto di una Di Gati attenta, le immagini del porto senza vita scorrevano. Prima uno zoom sul cielo plumbeo che sovrasta l’approdo. Poi un’inquadratura sempre più larga sul sito.
I piloni in cemento armato rimasti sul cantiere hanno catturato l’attenzione di Di Nicola.
«Eccoli», ha detto indicando il maxi schermo, «quelli sono blocchi di cemento che stanno lì. Ecco quello che ci ritroviamo oggi».
E poi, un breve accenno alla spiaggetta antistante al porticciolo che versa in condizioni raccapriccianti. E’ una lingua di sabbia, un tempo accudita da uno stabilimento balneare oggi dismesso.
Lì crescono sterpaglie, si trovano sporcizia e gabbiotti malmessi. Lì cresce la rabbia di turisti e cittadini che puntualmente, ogni estate, respirano il puzzo dell’abbandono.
Poche interruzioni da parte della Di Gati, un profluvio di parole da parte di Di Nicola, nessun nome, forse per via del tempi stretti dettati dal programma.
Se ne avesse avuti di più, l’ex Procuratore forse avrebbe parlato di quelle «ipotesi di delitti in danno alla pubblica amministrazione e disastri colposi» di cui, secondo lui, si sono macchiati i responsabili della vicenda.
Avrebbe raccontato quello che ha dichiarato in un’intervista rilasciata qualche tempo fa a PrimaDaNoi.it.
Avrebbe parlato delle analisi Arta del dipartimento di Pescara che non hanno rinvenuto nel mare su cui stava sorgendo la struttura sostanze tossiche (mentre quelle eseguite dall’Arta Chieti sì), del verbale di sopralluogo del Corpo Forestale dello Stato datato al 23 gennaio 2009 da cui emerge chiaramente che «il punto su cui sorge il porto risulta essere contaminato»; delle sollecitazioni da parte del Ministero dell’Ambiente che ha chiesto che l’area interessata dall’opera fosse sottoposta ad analisi approfondite, con nota dell’11 luglio 2007, completamente ignorata dai destinatari.
Ma quei minuti non restituiscono le sfumature di una storia che interessa troppe persone. I francavillesi comuni e la gente che gestisce attività lì vicino.
Tempo fa la titolare di uno stabilimento balneare nei pressi dell’approdo disse che era stanca, che ogni anno i suoi clienti si riducevano sempre più per via di quello scempio. Diceva, con le lacrime agli occhi, di aver chiesto aiuto ai vigili urbani, al sindaco e di essere disposta a rimboccarsi le maniche, pur di coprire quella vergogna.
Tutto questo non si può raccontare in 5 minuti, il tempo di una telefonata lampo, di un caffè al bar.
Il tempo di gettare uno sguardo sul porto e realizzare che esiste davvero e che è una realtà di cemento.

Marirosa Barbieri