INQUINAMENTO

Cementificio. Lascia o raddoppia? «Società vuole modifiche radicali: servirà la Via»

L’appello della minoranza: «pensare ai posti di lavoro»

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Mario Amicone

Mario Amicone

PESCARA. L’Arta ha rilasciato il parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione del cementificio. Anzi no, non lo ha fatto.

E’ il direttore generale dell’agenzia regionale di tutela ambientale, Mario Amicone, a smentire seccamente la firma sul documento. Non c’è ancora nulla, assicura.
Anche perché all’Arta è demandato solo il compito di verificare che la ditta operi nel rispetto delle vigenti norme ambientali e che attui le migliori tecnologie disponibili stabilite in sede nazionale ed europea, mentre spetta ad altre istituzioni (Asl, Comune, Provincia e Regione) esprimersi sulla compatibilità o meno con il tessuto urbano ed individuare le eventuali soluzioni possibili per una diversa pianificazione del territorio
L’Arta dal canto suo sta aspettando dei chiarimenti dalla società che gestisce il cementificio. Al momento ha solo espresso valutazioni tecniche sulle richieste di modifica che la ditta ha presentato chiedendo una integrazione tecnica e documentale. Perché? Così dice Amicone: «dal momento che la maggior parte delle modifiche sono da considerarsi sostanziali, questo significherebbe un nuovo procedimento di Via per l’impatto ambientale».
Sempre il direttore Amicone smentisce inoltre quanto affermato nei giorni scorsi dal sindaco Luigi Albore Mascia e spiega: «non è vero che tra le modifiche richieste è prevista la possibilità di bruciare materiale pericoloso diverso da quanto già autorizzato prima dell’A.I.A. del 2006».


«ANCHE IL CEMENTIFICIO VOLEVA ANDARE VIA»
Intanto il discorso sulla delocalizzazione va avanti, tra posizioni a favore e posizioni contrarie. Il capogruppo del Partito Democratico Moreno Di Pietrantonio ricorda che nel 2007 in un protocollo di intesa tra la Lafarge (società proprietaria all’epoca del cementificio) e il Comune, al punto 8 c’era proprio il riferimento alla delocalizzazione della struttura, «in comune accordo tra le parti».
Il consigliere di circoscrizione Camillo Savini, che appoggia la battaglia della maggioranza di governo, evidenzia, però, che più volte il Consiglio dell’ex quartiere tre (Portanuova) si è occupato della questione della delocalizzazione.
«Una richiesta in tal senso era stata avanzata anche dopo un incontro con i cittadini di Villa del Fuoco e il Comune, allora governato dal centrosinistra, si è impegnato a tenere conto delle istanze dei residenti ma ha ignorato tutti gli appelli e, anzi, ha dato il via libera al rinnovo delle autorizzazioni».


«MANCAVA SITO ALTERNATIVO»
Ma Di Pietrantonio ricorda che nel 2007 l’amministrazione D’Alfonso «organizzò un incontro a Roma presso il governo con il vice ministro all’Industria D’Antoni assieme al capo di gabinetto consigliere Zaccardi e il direttore generale competente in materia all’epoca sulle politiche industriali e con i rappresentanti dei Comitati locali che si battevano per la delocalizzazione del cementificio».
In quell’incontro fu ribadito da parte del ministro la difficoltà a reperire l’ingente somma necessaria per una tale delocalizzazione e che la Legge Marcora finalizzata alle delocalizzazioni industriali non era stata rifinanziata.
C’era anche il problema di reperire un sito alternativo. «Anche su questo ultimo punto», va avanti Di Pietrantonio, «la nostra amministrazione si attivò in interlocuzioni positive con il Comune di Ofena, oggettivamente interessato, pur con il problema di una lontananza dai grandi nodi di comunicazione delle merci, e con il Comune di Ortona, più problematico anche se di straordinario gradimento per la proprietà industriale per via della presenza della potente infrastruttura portuale».


PD: PRIORITA’ AI POSTI DI LAVORO»
Il capogruppo del Partito Democratico chiede adesso all’amministrazione Mascia di un tavolo di lavoro con tutte le parti, (Comune, Provincia, Regione e Sacci spa proprietaria del cementificio) «per programmare un’attività concreta che miri ad individuare un sito alternativo e evitare che tutto resti lettera morta per altri 50 anni».
Stessa posizione per i consiglieri Florio Corneli e Giuliano Diodati (Pd): «la giunta non ha fatto alcuna valutazione sulle ricadute in termini economici, sociali ed umani sulla collettività. Il cementificio, che non solo conta 70 dipendenti ma ha anche un indotto di oltre 150 persone, opera sul territorio di Pescara da 50 anni e, pur condividendo la preoccupazione per la salute dei cittadini, riteniamo inconcepibile tentare di fermare uno stabilimento industriale all'improvviso e senza un confronto con le parti: chiudere lo stabilimento senza avere una prospettiva concreta non è una soluzione. In questo modo si spinge verso il baratro l'unico insediamento industriale ancora attivo servito dall'asse attrezzato».
Ai i due consiglieri sorge anche il dubbio «che dietro questa decisione si possa nascondere la volontà di favorire ulteriori speculazioni. La delocalizzazione della struttura va fatta, però, deve essere oggetto di una profonda ed attenta riflessione».


FOSCHI: «IL PD HA TOLTO LA MASCHERA»
Per il capogruppo del Pdl, Armando Foschi, «è chiaro che il Pd non vuole la delocalizzazione del Cementificio da Pescara. Il centro-sinistra non ha mai tentato di impostare realisticamente un dialogo con la proprietà per spostare lo stabilimento dal territorio, né ha intenzione di farlo né tantomeno di sostenere la battaglia intrapresa dalla maggioranza di governo nell’esclusiva volontà di tutelare l’interesse del territorio. Oggi lo sappiamo noi, ma ora dovranno saperlo anche i cittadini che coinvolgeremo in una capillare opera di informazione e sensibilizzazione sulla tematica».