PROBLEMA INFINITO

Porto di Francavilla e quel progetto alternativo dimenticato

L’idea di Nazzareno Torquati: utilizzare le strutture in cemento per parchi marini subacquei

Marirosa Barbieri

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Porto di Francavilla e quel progetto alternativo dimenticato

FRANCAVILLA AL MARE. E si sta lì a guardarli. Con le reazioni ed i commenti più disparati: «mi sembra si siano inclinati di più», oppure: «che scempio».
Sono in tanti a pensare che quei piloni in cemento che “incorniciano” il cantiere abbandonato del porto di Francavilla siano un pugno nell’occhio. Nazzareno Torquati impegnato da tempo nel settore marittimo e peschereccio a San Benedetto Del Tronto ha proposto una soluzione. L’idea è di impiegare quelle strutture per la realizzazione di parchi marini subacquei utili al ripopolamento delle specie ittiche.
La proposta risale al 9 settembre 2010 ed è contenuta in una lettera che Torquati ha indirizzato al sindaco di allora, Nicolino Di Quinzio. In supporto alla sua idea, l’esperto ha allegato uno studio eseguito in Catalogna dove la tecnica in questione va per la maggiore.
Torquati che ha ricoperto anche incarichi amministrativi pubblici come assessore alle Attività Produttive presso il Comune di San Benedetto Del Tronto era perfettamente convinto che «la forma e la tecnica costruttiva delle strutture in cemento armato depositate e non interrate a Francavilla forse per un puro caso fossero perfettamente utilizzabili quali componenti per la realizzazione di parchi subacquei utili sia per il ripopolamento ittico sia come richiamo turistico durante il periodo delle immersioni».
Tanto che ha mostrato disponibilità a collaborare ed a curare l’accesso ai finanziamenti europei per la realizzazione dell’opera, «se questa idea dovesse essere compatibile con i progetti dell’ amministrazione comunale», ha scritto.


Cerchiamo di capire meglio l’idea. Si tratta di barriere artificiali, grandi strutture in calcestruzzo di diversi volumi e forme (di solito cubiche), rinforzate con travi di ferro. Sono utilizzate in particolare in Catalogna, Stati Uniti e Giappone. Qui i piloni subacquei permettono l’allevamento, la crescita e la colonizzazione di specie marine. E sembrano funzionare. Alcune celle di queste strutture sono chiuse (qui si annidano aragoste, uova di seppia, granchi, colonie di calamari), altre sono forate (in questo caso fungono da alcova per cozze, ostriche e vongole). Le specie ittiche che vivono in queste casette si nutrono del plancton trasportato dalle correnti marine.
Le barriere hanno anche lo scopo di potenziare e migliorare la pesca artigianale. I piloni, infatti, creano zone di pesca artificiale e sbarrano il passo a modalità di pesca non autorizzate causando danni alle reti da traino di imbarcazioni che si introducono illecitamente in queste zone.
Di sicuro non tutti i tratti marini sono adatti ad ospitare il sistema. E’ importante che la zona individuata sia facilmente raggiungibile da plancton, che il fondale abbia poca inclinazione, che ci sia una bassa incidenza di elementi inquinanti.
Ma aldilà dei requisiti, la domanda resta: qualcuno al Comune ha valutato la reale fattibilità della proposta?