Ofena, cava sotto sequestro operai pronti a bloccare le strade

La cava è stata sequestrata dai carabinieri del Noe di Pescara

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Ofena, cava sotto sequestro operai pronti a bloccare le strade
OFENA. Sono disposti a tutto pur di salvare quella sfera di dignità che si chiama lavoro. Persino a scendere in strada con scavatori e ruspe e bloccare la ss153, se necessario.

Sono i lavoratori della cava di inerti in località Collelungo di Ofena sottoposta a sequestro dai carabinieri del Noe lo scorso giugno in seguito a delle indagini da loro svolte e coordinate dalla procura della Repubblica de L’Aquila.
I reati ipotizzati, tutti da dimostrare, sono violazioni delle leggi ambientali e traffico illecito di rifiuti all’interno della cava. Si sospetta, infatti che ci sia stata una estrazione eccessiva di materiale inerte oltre alla presenza di rifiuti non pericolosi rinvenuti sul posto. I magistrati che seguono questa vicenda giudiziaria sono Simonetta Ciccarelli e Antonietta Picardi.
Il rischio ora è che la ditta sia costretta a licenziare gli operai, costringendo decine di famiglie sul lastrico che non sapranno più cosa inventarsi per portare a casa un tozzo di pane ai i figli.
Ma questa non è che l’ultimo episodio di una lunga storia che ha riguardato la cava.
Il Comune di Ofena, con contratto del 25.9.1989, concesse alla S.n.c. Caviter la coltivazione della cava per inerti in località Collelungo su un'area di proprietà comunale. Il 17.2.1999, la Caviter chiese la proroga della concessione per altri dieci anni. Il sindaco autorizzò tale proroga, precisando che «la presente autorizzazione sarà valida 10 anni dalla data della scadenza della concessione. Nell’ipotesi che al termine del 10° anno lo sfruttamento della cava non sia terminato secondo quanto disposto dal progetto già autorizzato dalla Regione, la presente convenzione verrà rinnovata automaticamente di ulteriori 10 anni».
Così, nel 2009 la società decise di avvalersi della prevista proroga decennale della concessione.

Il Comune sotto l’ amministrazione Anna Rita Coletti, invece, attivò la procedura per l’emanazione del bando di gara finalizzato ad una nuova concessione dell’attività estrattiva nell’area di cava.
Una procedura di gara, «dagli aspetti dubbi», a detta di Dino Rossi responsabile dell’associazione Cospa Abruzzo. In particolare Rossi ha  evidenziando che «l'importo base d'asta, fissato in 1,15 euro al metro cubo, era inferiore di circa venti centesimi rispetto al canone pagato dal concessionario di allora». Così come, sempre secondo Rossi, la delibera sul bando di gara, «sarebbe stata approvata in consiglio in presenza di conflitti di interessi di alcuni consiglieri».
Rossi ha anche ipotizzato il rischio di possibili infiltrazioni mafiose nella gestione della cava dal momento che il bando era aperto a consorzi e raggruppamenti di imprese di ogni tipo. Così come ha espresso dubbi sui guadagni paventati dall'ex sindaco che parlava di entrate giornaliere pari a 2.000 euro dovuti ai lavori nella cava.