LA SENTENZA

Droga nella "Pescara bene", condannato a 3 anni e mezzo l’avvocato spacciatore

Ieri la sentenza che ha visto pesanti condanne anche per gli altri imputati

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Il giudice Di Carlo

Il giudice Di Carlo

PESCARA. Almeno non potrà parlare di giustizia lenta l’avvocato Gianluca Polleggioni, 44 anni di Città Sant’Angelo e professionista conosciuto, condannato ieri a 3 anni e mezzo per spaccio continuato.

Il giudice Antonella Di Carlo ha lievemente limato al ribasso la richiesta del pubblico ministero Gennaro Varone che ne aveva chiesti quattro e mezzo comminando comunque una condanna che i suoi difensori giudicano «pesante».
A gennaio 2011 è iniziato l’incubo per l’avvocato della Pescara bene con l’arresto da parte della Squadra mobile di Chieti nell’ambito della operazione in codice denominata ‘Giano New’.
Con lui finirono in carcere Raffaele D'Incecco, 53 anni, pensionato di Pescara e Giovanni Lerino, 57 anni originario di Napoli; ricevettero l’ordinanza di arresto in carcere invece Domenico Borrelli, 57 anni originario di Crotone e a Italo Gaspari, 37 anni di Pescara reclusi per altro reato; ai domiciliari finirono invece oltre Polleggioni, Eliseo Sablone, 43 anni di Pescara, operaio, il cartomante pescarese Antonio Luzi di 49 anni ed Eusebio Serrani, 45 anni di Pescara.
Condanne per tutti tra cui spicca quella più pesante a Raffaele D’Incecco a sette anni e mezzo.
D’Incecco anche di recente ha fatto parlare di sé quando alcune settimane fa decise di chiamare in questura per avvertire che avrebbe rapinato una banca  ed è lo stesso che oltre dieci anni fa sequestrò la segretaria del sindaco Carlo Pace a Palazzo di città.
Secondo l’ipotesi accusatoria al vertice del sodalizio dedito alla cessione di stupefacenti c'era D'Incecco che si avvaleva della collaborazione di Borrelli e Lerino i quali trattavano la droga con Polleggioni, e di Serrani - con quest'ultimo che fungeva da assaggiatore della droga - di Sablone e Gaspari che per conto di D'Incecco la cedevano ad altre persone per uso personale.
Polleggioni per piazzare lo stupefacente si serviva di Luzi cui la droga veniva sistematicamente ceduta all'interno dello studio legale, un luogo che riteneva sicuro e fuori da ogni ipotesi di perquiizione da parte della polizia. In gergo, per indicare la quantità di droga, Luzi utilizzava parole convenzionali come “Raiuno”, “Raidue” e “Raitre” per indicare rispettivamente 3, 6 e 9 grammi di sostanza. Venivano utilzizati anche altri escamotage per accordarsi su prezzo, cessione e qualità della droga.


Luzi era stato fermato per quattro volte nei pressi dello studio legale, dopo aver ricevuto lo stupefacente. Nonostante i 4 sequestri di cocaina da lui ceduta, hanno accertato gli inquirenti, Polleggioni continuava nella sua attività limitandosi solo ad adottare alcune piccole precauzioni: la droga una volta fu ceduta in pieno centro e un'altra volta fu lasciata su un muretto nei pressi dello studio.
Nella lunga requisitoria del pm Varone ieri sono state lette decine di intercettazioni che hanno costituito l’ossatura principale della indagine che ha poi portato alla condanna. Nelle numerose telefonate citate molte parlavano di trattative ma la parola “droga” non è mai stata pronunciata utilizzando un evidente codice per celare il reale significato. Il giudice ha dunque ritenuto possibile che dietro quelle intercettazioni si nascondesse una vera e propria attività di spaccio del legale mentre gli avvocati difensori (Vincenzo Di Girolamo e Luca Sarodi tra gli altri) hanno delineato un quadro di disagio sociale e personale degli imputati sostenendo di dover applicare sanzioni più lievi.
«Si è trattato di un processo sulla droga parlata più che spacciata», ha commentato l’avvocato Sarodi a PrimaDaNoi.it, «un mucchio di intercettazioni ma di droga se ne è vista poca. Le cessioni di cui si è parlato sono minime e di pochi grammi dunque per uso personale. Si è fatto un processo sull’interpretazione di frasi dette al telefono mentre il pm ha cercato la prova dell’aggravante in alcune frasi che avrebbero confermato la reiterazione del reato. E’ una brutta storia, sono profondamente addolorato perché la pena poteva comunque essere più lieve e sono sicuro che la sentenza sarà riformata in appello».
Secondo l'accusa si sarebbe trattato di una vera e propria catena o filiera dello spaccio nella quale il primo ricaricava sul secondo livello i costi dello stupefacente. In una intercettazione poi uno degli imputati appena fermato e arrestato dalla polizia commenta con Polleggioni l'operazione: «...nemmeno Pablo Escobar...», riferendosi alle imponenti misure adottate dalle forze dell'ordine e citando il più famoso tra i contrabbandieri al mondo.
Sempre secondo la ricostruzione del pm lo stesso avvocato avrebbe tentato di farsi nominare difensore di uno dei suoi fornitori arrestato in precedenza per cercare di capire dagli atti di indagine fino a che punto fosse coinvolto nella vicenda.
Polleggioni finì in un primo momento ai domiciliari, poi venne trasferito in carcere perché sorpreso ad inquinare le prove. Venne poi scarcerato nelle settimane successive.
La brutta vicenda nel frattempo ha avuto anche un ulteriore capitolo poiché Polleggioni, attraverso il suo avvocato di fiducia, ha intimato e minacciato azioni legali contro PrimaDaNoi.it se non avessimo cancellato tutti gli articoli di cronaca (mai contestati nel contenuti) che raccontavano l’inchiesta. Una richiesta che ha battuto una serie di precedenti record.
a.b.