GIUSTIZIA

Morte del piccolo Alinovi, assolto il medico «perché il fatto non sussiste»

La famiglia del bimbo non ci sta, urla in aula dopo la sentenza

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Morte del piccolo Alinovi, assolto il medico «perché il fatto non sussiste»
PESCARA. Il gup del Tribunale di Pescara Gianluca Sarandrea ha assolto il medico Antonello Persico, perché il fatto non sussiste.

Prosciolti per non luogo a procedere Pierluigi Lelli Chiesa, primario di Chirurgia pediatrica all'ospedale di Pescara, nonché Carlo Rossi, Michele Favale e Luigi Sardella, nell'ambito della vicenda relativa alla morte di Paolo Alinovi, neonato di tre mesi morto nel luglio 2009, nel nosocomio pescarese, dopo un intervento di megacolon, seguito da tre arresti cardiaci.
Dopo tre anni di indagini, perizie, scontri accesi è arrivata la decisione del giudice Gianluca Sarandrea che mette un punto, o forse solo un punto e virgola. Una decisione che se da una parte ridona un po’ di serenità a Persico, fa gridare allo scandalo per una presunta ingiustizia i genitori del bimbo di 9 mesi.
Gli indagati erano tutti accusati di omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal pm Salvatore Campochiaro. L’accusa contestava «imperizia e negligenza» che avrebbero cagionato il decesso del piccolo Paolo Alinovi a luglio del 2009. Il neonato era ricoverato presso il presidio ospedaliero pescarese e morì, secondo la ricostruzione dei periti, a causa di un arresto cardio-circolatorio causato da anemia acuta, dovuta ad un grave disturbo della coagulazione, da «un gravissimo stato di shock ipovolemico», da insufficienza renale acuta e da «severa iperpotassiemia».
Il piccolo di Vasto era nato il 6 maggio del 2009 con un megacolon congenito. Il 20 dello stesso mese gli fu praticata una stomia; il 20 luglio venne invece sottoposto a quello che doveva essere l‘intervento ‘risolutivo’. Ma da quell'intervento il piccolo non si è più ripreso. I periti sostenevano però che quell'operazione non sarebbe da collegare direttamente al decesso al contrario di quanto sostenuto dai genitori che fin dalle prime denunce avevano ipotizzato errori medici proprio in quella fase.
Dall'incidente probatorio era emerso però che ad incidere sulla morte del piccolo sarebbe stata proprio il periodo post operatorio, quando il piccolo non è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva ma in un reparto di degenza ordinaria. Ma ulteriori indagini, che hanno portato alla sentenza, hanno escluso responsabilità anche in quella fase. Dopo la morte del bimbo i genitori non si sono dati pace e in questi anni hanno organizzato sit in di protesta  e costituito una associazione. I genitori del piccolo Paolo non hanno mai risparmiato toni duri nei confronti dell’equipe medica: «hanno abbandonato nostro figlio in una stanzetta gelida e non adeguata e lo hanno lasciato morire sbagliando addirittura la terapia e il farmaco che lo avrebbe salvato». La protesta ha raggiunto il suo apice su Facebook quando alla foto di Persico è stato associato l’appellativo di “assassino”. Foto e caso ripresi in prima pagina da Repubblica.it.


PERSICO: «SONO STATO MASSACRATO»
«In questi anni sono stato massacrato dalla stampa e dalla famiglia Alinovi», ha dichiarato Persico a PrimaDaNoi.it, «ma non ho abbandonato i bimbi sia con il mio lavoro in corsia che con i concerti per la raccolta fondi». «Ho continuato a lavorare come chirurgo pediatrico anche in mancanza di serenità», ha detto, «ho dimostrato attaccamento ai bimbi e al mio lavoro anche quando mi chiamavano assassino e si auguravano su Facebook la morte dei miei figli». Dunque assolto in primo grado con rito abbreviato. Ci potrà essere un ricorso? «E’ difficile appellarsi ad una sentenza del genere da parte della parte civile», ha sostenuto l’avvocato Felice, legale di Persico, «solo il pm può chiedere l’appello».
Di certo c’è che la famiglia del piccolo Alinovi non si arrenderà tanto facilmente visti i trascorsi. «La verità – aveva dichiarato il padre del bimbo - è che siamo soli a lottare contro i poteri forti della sanità. Dico solo che noi andremo avanti in questa battaglia e se sarà necessario, ci rivolgeremo anche alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo». Alinovi aveva anche raccontato in passato di essere stato più volte minacciato di morte, denunciando il fatto alla Procura di Pescara.
Manuela Rosa