L'APPELLO

Mafia: scarcerato per favismo, Cgil difende direttore penitenziario

Appello a ministro Severino: «Romice non ha responsabilità»

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Il ministro Severino

Il ministro Severino

SULMONA. La Fp Cgil ha chiesto al ministro della Giustizia, Paola Severino, che il direttore del carcere di Sulmona, Sergio Romice, torni al suo posto.




Romice è stato trasferito presso l'amministrazione penitenziaria di Pescara a seguito della vicenda che ha visto l'ammissione alla detenzione domiciliare, per motivi di salute, del mafioso Michele Aiello, proprio dal carcere di Sulmona. Aiello soffre di favismo e il vitto carcerario ne metterebbe in pericolo la vita. Il sindacato ritiene fuori luogo il provvedimento nei confronti di Romice, che non avrebbe alcuna responsabilità diretta nella vicenda.
«Il mafioso in questione - scrivono il coordinatore Fp Cgil Polizia penitenziaria, Francesco Quinti, e la coordinatrice nazionale Fp Cgil del Dap, Lina Lamonica - per il medesimo processo era già stato scarcerato due volte, e per lunghi periodi, nel 2004 e nel 2010, per gli stessi problemi di salute, dall'Autorità giudiziaria palermitana, senza che la cosa suscitasse alcun clamore. Il procedimento di sorveglianza era stato istruito dal Tribunale dell'Aquila che, avendo ritenuto insufficienti le scarne relazioni sanitarie del carcere, aveva acquisito anche due perizie d'ufficio, che avevano evidenziato le medesime patologie a fondamento dei provvedimenti liberatori del 2004 e del 2010. Pertanto la direzione dell'istituto era del tutto estranea al procedimento, fra l'altro attivato a seguito di istanza del difensore, neanche transitata per gli uffici penitenziari».
 Aiello - condannato a 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa nel processo "Talpe alla Dda" - è ritenuto dai magistrati l'alter ego nella sanità del capomafia Bernardo Provenzano.
Per i sindacalisti le contestazioni mosse a Romice sarebbero poco o nulla attinenti alla dinamica del fatto che ha suscitato le perplessità dell'opinione pubblica: irregolarità nella trattazione degli affari, mancata informazione degli organi superiori, mancati approfondimenti del caso. «Vizi, questi, dell'attività amministrativa - aggiungono Quinti e Lamonica, che sono ritualmente contestati per motivare un'intenzione punitiva, ma che nell'essenzialità del caso risultano evocati in maniera del tutto inappropriata».
 La Fp Cgil sottolinea come i vertici del Dap, «di cui appare ormai indiscutibile il disinteresse per la vertenza contrattuale dei dirigenti penitenziari, sembra non tralascino alcuna occasione per nuocere alla categoria», «sacrificando oggi la dignità di un funzionario pur di soddisfare le esigenze manifestate da certa video-stampa».
«Certamente, se non si corre sollecitamente ai ripari - concludono i sindacalisti -, la vicenda ha preso un corso tale da influire negativamente sulla fiducia che deve legare i Dirigenti penitenziari alla propria Amministrazione».