L'OMICIDIO

Omicidio Pescara, «il proiettile ha leso aorta». I rom: «politica e media mandanti morali»

Sabato alle 15 i funerali, domenica la manifestazione contro i rom

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Foto: Adamo Di Loreto

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PESCARA. Da questa mattina, alle 9, sarà aperta la camera ardente all'obitorio dell'ospedale di Pescara.

Amici, parenti e tifosi daranno l’ultimo saluto a Domenico Rigante, ucciso martedì sera in casa di alcuni amici da un gruppo di rom che probabilmente volevano ‘giustiziare’ il fratello gemello della vittima, sbagliando dunque il bersaglio. Del killer, Massimo Ciarelli, 29 anni, componente di una famiglia di rom di spicco della città, ancora nessuna traccia. La polizia continua da due giorni le ricerche ma non è escluso che l’uomo, iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio, possa costituirsi nelle prossime ore.
Sabato verso le 14 la bara di Rigante lascerà l'ospedale per raggiungere lo stadio e attraverserà la curva nord, per poi raggiungere l'abitazione del giovane e infine la chiesa, a Villaggio Alcyone, dove entrerà portata a spalla dai compagni. Anche ieri davanti all'obitorio, dove si è svolta l’autopsia, si sono radunati moltissimi tifosi biancazzurri che sono a fianco dei familiari di Domenico, cioè la madre, il padre, i due fratelli e la giovane compagna da cui aveva avuto un figlio solo sette mesi fa. Ma si sono presentati, per il giorno consecutivo, anche alcuni calciatori del Pescara.
E proprio dall’autopsia, durata oltre tre ore ed effettuata dall'anatomopatologo Giuseppe Sciarra, alla presenza del consulente balistico Gaetano Rizza, sono arrivate le prime conferme. Il tifoso biancoazzurro è deceduto a causa di un proiettile calibro 38 che ha attraversato in più parti l'intestino tenue, determinando una lesione del diaframma e dell'aorta. Il proiettile si è poi fermato sottopelle all'altezza del braccio. Rigante è morto a seguito di emorragia interna.
Sullo sfondo di questa tragedia c’è una città in fermento, la rabbia cresce soprattutto contro le famiglie di rom che vivono in città da oltre 40 anni. E si respira in queste ore la stessa tensione già vista a Giulianova nel 2009 dopo l’omicidio di Emanuele Fadani, il commerciante di 37 anni ucciso da tre rom condannati due mesi fa a 10 anni di carcere.
Da un lato oggi ci sono gli ultras pescaresi che ieri hanno annunciato la volontà di «vendicare un fratello morto» e dall’altra i rom stessi che chiedono di non generalizzare e di abbassare i toni. Domenica mattina, in piazza Italia alle ore 10 i Rangers hanno organizzato una manifestazione al suono di «riprendiamoci la città».
«Di soluzioni alternative non ce ne sono», ha detto Mimmo Nobile, capo degli ultras: «non vogliamo più convivere con questa gente. Hanno ammazzato questo ragazzo come un cane, quindi ci devono pensare loro (le istituzioni, ndr), non ci possiamo compromettere noi. Invitiamo la gente a venire in piazza domenica mattina per far capire lo schifo che abbiamo di questa gente».
La Fondazione nazionale Romanì e l'associazione regionale Ciliclò se la prendono però con la politica e i giornali che starebbero «generalizzando la violenza a tutta la minoranza rom presente a Pescara. E’ gravissimo ed è la dimostrazione che sono i mandanti morali di questo omicidio, per aver troppo a lungo ignorato i propri doveri istituzionali e costituzionali».
E' questa la durissima presa di posizione del presidente Nazzareno Guarnieri. «Addebitare all'intera popolazione romanì le responsabilità del singolo - aggiunge Guarnieri - è il gioco meschino degli opportunisti senza scrupoli. Il grave fatto luttuoso pone questioni da troppo tempo irrisolte e troppo spesso strumentalizzate dalla politica e dai media. Nei mesi scorsi la nostra associazione ha denunciato pubblicamente il pericolo che potessero verificarsi gravissimi fatti. Ci dispiace rivendicare oggi di essere stati profeti, ma nessuno ha voluto ascoltarci. Più volte abbiamo manifestato alla politica e alle istituzioni la disponibilità della nostra organizzazione, delle nostre professionalità e di una grande parte di famiglie rom ad affrontare con condivisione, competenza e chiarezza la questione dell'integrazione culturale dei rom - ribadisce il presidente della Fondazione Romanì -, ma nessuno ha voluto ascoltarci. E' vergognoso che anche questo grave fatto venga strumentalizzato con false verità, con la propaganda politica, con la generalizzazione».
«Stiamo lavorando all'interno della comunità - sottolinea Guarnieri - per cercare di calmare gli animi e ci siamo messi a disposizione delle forze dell'ordine, della Prefettura e del Comune. Sono certo che i nostri associati non sappiano dove si trova il presunto assassino, altrimenti, anche in forma anonima, lo comunicherebbero agli investigatori. In ogni caso - conclude -, una volta trovato, sarà giusto punirlo in modo esemplare, ma in base alla giustizia costituzionale».
Ma in queste ore anche l’associazione Codici è furiosa e sostiene che magistratura e forze dell’ordine abbiano «responsabilità gravissime».
«Le istituzioni», dice Domenico Pettinari, «si vergognino nell’affermare che Pescara é ancora una città tranquilla. E abominevole. E’ una città tranquilla – si chiede il segretario provinciale di Codici – dove alcune note famiglie di pluripregiudicati tengono in ostaggio interi quartieri, dove si consumano attentati ai danni di chi promuove quotidianamente la legalità, dove si mette fuoco alle macchine, dove si gira con la pistola nella cintola e spesso la si usa per sparare contro il pubblico patrimonio e dove si spara per ammazzare un uomo che a terra implora di non essere ucciso? E’ questa una città tranquilla?»
Per Codici dunque «le istituzioni a partire dai vertici delle Forze dell’Ordine alla magistratura hanno responsabilità gravissime a nostro avviso. Hanno responsabilità quando si ostinano a dichiarare che in alcuni quartieri di Pescara laddove vivono i noti criminali assassini non vi è emergenza sicurezza , hanno altrettanta responsabilità allorquando decretano la scarcerazione del presunto assassino in questione solo perché risultato obeso e quindi non nelle condizioni si sopportare un regime carcerario senza poi preoccuparsi che si è liberato un potenziale assassino come i fatti ci hanno dimostrato».