L'INCHIESTA

Morosini, defibrillatore mai usato

Al vaglio ipotesi di miocardite virale. Domani i funerali

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Morosini, defibrillatore mai usato
PESCARA. Morosini si è accasciato sul campo dell’Adriatico alle 15.29 di sabato scorso. Il giovane è arrivato in ospedale alle 16.07.

In quei lunghissimi 38 minuti non sarebbe mai stato utilizzato il defibrillatore per far ripartire il suo cuore. Il dato emerge da una serie di dichiarazioni anche indirette di molti testimoni che in qualche modo si sono espressi sul caso. Eppure i defibrillatori erano tre quelli a disposizione: due nello stadio (uno della Misericordia e l’altro della Croce Rossa) e uno sull’ambulanza. Solo una volta giunto in ospedale a Pescara si sarebbe utilizzato «qualsiasi tipo di attrezzo»: è stato applicato anche un pacemaker provvisorio, sono state fatte dieci fiale di adrenalina, si è proceduto con l’intubazione e anche con la defibrillazione.
Ma sul campo no, così come sull’ambulanza, il defibrillatore non è mai stato messo in funzione, come hanno confermato due medici presenti durante le operazioni di soccorso agli inquirenti.
Morosini è arrivato in ospedale, hanno raccontato altre fonti mediche interpellate da PrimaDaNoi.it, ancora con la maglietta del Livorno addosso. Proprio questo particolare proverebbe che non si è intervenuti con le scariche elettriche che si applicano sul petto nudo per mezzo di elettrodi adesivi. Di solito infatti gli indumenti si tagliano con forbici e dunque gli abiti non rimangono intatti né vengono rimessi al paziente.
La Digos ha iniziato ad ascoltare i primi testimoni della vicenda sulla morte del centrocampista del Livorno. Gli investigatori in questi giorni hanno compilato la lista di tutti coloro che avevano responsabilità o che erano presenti sul campo e fuori e che sono entrati a vario titolo nell' indagine preliminare.  L'audizione dei testimoni va di pari passo con l'acquisizione di documenti e cartelle cliniche dello sfortunato giocatore, ed è solo ai primi passi. Nelle prossime ore saranno ascoltati dalla Digos pescarese, il medico sociale del Pescara Calcio, Ernesto Sabatini, e il massaggiatore e fisioterapista della società adriatica, Claudio D'Arcangelo che fu il primo a soccorrere Morosini in campo. Sempre questa mattina i funzionari della Digos si sono recati presso l'ospedale civile di Pescara per acquisire varia documentazione, ritenuta importante ai fini delle indagini.

I PUNTI DA CHIARIRE
Sono tanti i punti che la magistratura dovrà chiarire. Uno tra tutti: perché nei primi, preziosissimi, minuti non è stato usato il defibrillatore? Forse non sarebbe cambiato nulla, forse il giovane atleta sarebbe morto comunque ma resta da chiarire perché si sia deciso senza defibrillatore con il solo massaggio cardiaco. In alcune interviste televisive il medico del Pescara Calcio, Ernesto Sabatini ha spiegato: «il defibrillatore era in campo ma si deve usare solo dopo il massaggio cardiaco. A noi non dava l'ok perché non c'era il minimo impulso su cui intervenire, il suo cuore non ha fatto un solo battito. Praticamente è morto in campo».
All’inizio si era detto che i defibrillatori non erano in campo. In realtà c’erano e anche dalle immagini tv è chiaro e si vedono distintamente le piastre (inutilizzate) appoggiate sul terremo di gioco.
Poi il paramedico Marco De Francesco ha raccontato che è stato il medico del Livorno, Manlio Porcellini, che non ha voluto usare il defibrillatore su Piermario Morosini. Il primo avrebbe acceso il macchinario, ma sarebbe stato bloccato da Porcellini che avrebbe escluso l’utilizzo del defibrillatore in quanto il battito cardiaco del calciatore si sentiva ancora, e dunque non c’era la defibrillazione che invece è stata poi diagnosticata dopo la sua morte. Sempre De Francesco ha raccontato che durante il massaggio cardiaco il ragazzo «presentava un polso carotideo, e sputava la cannula, quindi era vivo...».

IL PROTOCOLLO
Secondo il protocollo medico il paziente va ventilato, massaggiato e defibrillato. Chi è intervenuto dovrà chiarire come ha agito, se si è preferito aspettare l’ambulanza e come mai si sia scartata immediatamente l’ipotesi di intervenire con il macchinario. L’apparecchio, confermano medici contattati da PrimaDaNoi.it applicato immediatamente analizza il ritmo elettrico eseguendo una vera e propria diagnosi e se necessario defibrilla.
Prima delle defibrillazione vera e propria c’è dunque il monitoraggio e la lettura del ritmo cardiaco. Se c’è una fibrillazione ventricolare, come è molto probabile che ci fosse in questo caso, il defibrillatore scarica e tenta di risolvere la defibrillazione ventricolare. Cosa è successo nel caso di Morosini lo dovranno accertare a questo punto gli inquirenti.
«Quando sono arrivato», ha spiegato in una intervista il medico del 118 Vito Molfese , «gli stavano praticando il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale poi lo abbiamo portato in ospedale. Qualcuno mi ha riferito che nei primissimi momenti era cosciente, perché si muoveva e perché rifiutava la cannula che gli avevano messo in bocca e questo era un buon segno della presenza di circolo. Dal momento in cui lo abbiamo caricato in ospedale e fino in ambulanza non si è più ripreso».
Nemmeno in ambulanza, hanno raccontato alcuni testimoni agli inquirenti, si è utilizzato il defibrillatore che è stato utilizzato solo una volta che l’atleta è arrivato in ospedale, quando si è provato di tutto, ha ammesso il primario Paloscia più volte davanti alle telecamere.
Il macchinario è stato utilizzato solo come extrema ratio, per cercare di tentare il tutto per tutto e quando ormai si erano abbondantemente superati i 6 minuti entro i quali un cervello senza ossigeno può resistere senza conseguenze. Durante il trasporto si è andati avanti con il massaggio cardiaco e come ha detto il dottor Paloscia in una intervista televisiva «ho continuato anche in ambulanza».

LE IMMAGINI
Le immagini dei primi soccorsi prestati al giovane sono visibili a tutti grazie ai filmati ripresi dalle televisioni sportive che hanno fatto il giro sul web. Quello che è stato fatto e quello che non è stato fatto è sotto gli occhi di tutti. Sul web esperti di vario genere si confrontano sui metodi utilizzati. C’è chi contesta un presunto massaggio cardiaco non effettuato come da protocollo o una ventilazione con mezzi scadenti.  Ma bisognerà anche accertare le cause del decesso del giovane atleta. Se dall’autopsia si è accertato che non si sia trattato né di un infarto né di un aneurisma si fa strada l’ipotesi di una malformazione genetica. Ma c’è anche una seconda alternativa: una miocardite su base infettiva: un virus completamente asintomatico che si potrebbe essere manifestato dopo l'ultimo controllo effettuato.

I FUNERALI
Migliaia di persone sono attese domani mattina al funerale che sarà celebrato alle 11 nella chiesa parrocchiale del quartiere Monterosso di Bergamo, in cui il calciatore era nato. L'accesso al quartiere sarà chiuso già a partire dalle 9. Ma la maggior parte delle persone seguiranno il rito dall'esterno. La chiesa ha infatti una capienza di circa 550-600 persone, e l'ingresso sarà quindi riservato a familiari, autorità, delegazioni delle società calcistiche (sono annunciati anche il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete, il suo vice Demetrio Albertini e il ct della nazionale Cesare Prandelli) e abitanti del quartiere. Per permettere a tutti di seguire il rito dall'esterno (anche se si annuncia una forte pioggia) saranno installati due maxischermi. Il segnale sarà ritrasmesso allo stadio Comunale, di cui per l'occasione saranno aperte le due tribune coperte e la Curva Nord (non a caso, quella dei tifosi dell'Atalanta), da dove si potrà seguire la cerimonia sul maxischermo interno dell'impianto

 Alessandra Lotti