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Questa è L’Aquila: voci a tre anni dal terremoto

Il documentario online: un progetto di Anpas e Shoot4Change

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Questa è L’Aquila: voci a tre anni dal terremoto
L’AQUILA. «Non mi sento terremotato, mi sento trattato da terremotato. Quando vorrei poter fare».

«Se ci avessero fatto continuare in quel modo, non dico che avremmo ricostruito la città ma staremmo a buon punto». «A L'Aquila è uscito il meglio e il peggio del Paese anche nell'informazione».
«L’Aquila di chi è? Non è più di nessuno, non è nostra, saremo terremotati per sempre». «Il 6 aprile vivevamo un dramma ma vivevamo nell’attesa di qualcosa. Ora siamo stanchi e affaticati». «Nei primi mesi erano tutti più reattivi, ora siamo più stanchi. Tanti sono andati via, 2 mila ragazzi mancano dalle scuole della città. Per far finire l’esodo dobbiamo ricominciare a ricostruire la città». «Siamo tutti lontani e dispersi, il nuovo centro sociale di aggregazione è diventato il centro commerciale». «I luoghi che ti appartengono non li riconosci più. Vai in centro è sembra un paese straniero. La gente è rassegnata, si stanno abituando a questo stato di cose. Ti senti ospite, ti senti abusivo».
Sono alcune delle voci che arrivano dalla città abruzzese a tre anni dal terremoto. Racconti, testimonianze, video, foto di chi ha vissuto quella tragica esperienza e ne vive tuttora le conseguenze sono raccolte in una piattaforma web messa insieme da Shoot4Change e Anpas, che ha anche un videoreportage con voce e volto narrante di Moni Ovadia.
Il documentario è online dal 6 aprile 2012. Il network internazionale di fotografi Shoot4Change e Anpas, l'Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze che raggruppa 881 associazioni di volontari della protezione
civile e del trasporto sociosanitario, uniscono dunque le forze per puntare nuovamente i riflettori nel ricordo di quel tragico evento. Entrambe le organizzazioni sono state coinvolte direttamente durante l'emergenza del 2009: Shoot4change con la realizzazione dei primi reportage di fotografia sociale; Anpas con l'intervento di oltre 2300 volontari provenienti da tutta Italia per portare assistenza alle popolazioni colpite, anche dopo i mesi delle tendopoli.
Il videoreportage con Moni Ovadia mette insieme il ricordo di una giornalista sul terremoto, gli ultimi tre anni di vita di due sportivi, di rugby e basket, gli aneddoti e le storie del Collettivo 3.32 e di una docente universitaria, le trasformazioni della vita quotidiana delle persone che hanno vissuto nelle tendopoli. «L'inchiesta è basata sul racconto degli aquilani e ogni storia testimonia come la città sembra essersi fermata a tre anni fa, non più al centro dell'attenzione mediatica, ma ancora in attesa della ricostruzione – spiegano le due associazioni -: su 70.000 abitanti sono ancora oltre 20 mila le persone assistite, 339 in albergo e caserma. In molti sono andati via, chi è rimasto racconta, disincantato dalla burocrazia e dai proclami, di non aver perso solo una casa o il centro storico di una città, ma anche parte della propria identità (non siamo più aquilani, siamo terremotati) e la speranza del ritorno a una vita normale».
«Raccontare le storie è il senso stesso del cammino dell'uomo - dice Moni Ovadia -. Raccontare significa entrare in se stessi, significa consegnarsi al futuro, significa portare il passato nel presente e nel futuro. Non possiamo risarcire il passato se non raccontandolo perché non cada nell'oblio. Quando pensiamo a chi è stato martirizzato, a chi ha sofferto, il racconto li può portare alla resurrezione. Perché se la resurrezione dei morti come la intendono i religiosi non è prerogativa degli uomini ma la resurrezione dei significati e del senso, questo sì».