LA RELAZIONE

Processo Bussi, «pochi controlli dell'Aca sull'acqua destinata al consumo umano»

La relazione di due periti: «meno analisi nel 2004 e 2005»

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Scavi nella discarica dei veleni

Scavi della Forestale nella discarica dei veleni

PESCARA. Una settimana fa, nel giudizio in corso al tribunale di Pescara per la discarica di Bussi, sono state accolte le richieste dei pm Mantini e Bellelli. Per l’ipotesi di “avvelenamento delle acque” è stata affida la competenza alla Corte d’Assise di Chieti, di fatto, con la riformulazione del capo di imputazione ed una nuova udienza preliminare che farà perdere altro tempo prezioso.

A giudizio ci sono 19 imputati tra i quali molti alti funzionari della Montedison di stanza a Bussi accusati di aver creato una discarica di veleni che ha contaminato le falde acquifere.
In pratica, però, il gup Luca De Ninis, all’esito della sua decisione aveva riformulato il capo di imputazione riferendosi ad un reato diverso (e meno grave) rispetto a quello ipotizzato dall’accusa, nella fase finale incarnata dal pm Anna Rita Mantini, ovvero "adulterazione dell’acqua".
Nel corso delle indagini la procura si è affidata alle relazione tecnica di due consulenti, il professor Antonio Di Molfetta e il professor Francesco Fracassi. Quello che è emerso dalla loro relazione (datata 2008) è decisamente inquietante e racconta bene lo scenario che i due periti si sono trovati di fronte quattro anni fa. Da quel giorno poco o nulla è cambiato e la verità (giudiziaria) avrà bisogna ancora di molto tempo prima di venire a galla.

LA DISCARICA
I due periti, dopo il sopralluogo sul sito industriale nell’area individuata in prossimità della stazione ferroviaria di Bussi (zona Tre Monti), hanno certificato una «pesante contaminazione da composti organici clorurati, mercurio, piombo ed idrocarburi policiclici aromatici». Le sostanze organiche clorurate sono state trovate prevalentemente nell’area in zona “Tre Monti”, mentre piombo e mercurio sono stati rinvenuti in «maniera ubiquitaria» in tutte le aree esaminate.
La contaminazione, in modo particolare nella zona Tre Monti e nella discarica 2A, «è dovuta all’irregolare smaltimento di rifiuti pericolosi», annotano i due.
Nella discarica 2A, che dovrebbe contenere solo rifiuti inerti, sono invece stati smaltiti anche rifiuti pericolosi contenenti composti organoalogenati, mercurio e piombo.
Sia la falda superficiale che la falda profonda sino a 100 metri è risultata «contaminate da sostanze organiche clorurate all’interno ed a valle del sito industriale. A monte dello stesso, invece, l’acqua risulta non contaminata».
La falda sottostante il campo pozzi di Colle Sant’Angelo è risultata «contaminata da sostanze organiche clorurate della stessa natura di quelle che contaminano suolo-sottosuolo e acque sotterranee all’interno ed all’esterno del sito industriale di Bussi. Fortunatamente», scrivono i periti, «l’entità della contaminazione è minore per gli ovvi fenomeni di attenuazione naturale (diluizione, dispersione, adsorbimento e degradazione)».
I contaminanti più pericolosi presenti nelle acque e nei suoli sono classificabili come sostanze note per gli effetti cancerogeni sull’uomo (cloruro di vinile); sostanze che dovrebbero considerarsi cancerogene per l’uomo (tricloroetilene, alcuni IPA); sostanze da considerare con sospetto per i possibili effetti cancerogeni sull’uomo (tetracloroetilene, tricloroetano, tetraclorometano, piombo, etc.) sostanze tossiche, pericolose per l’ambiente (mercurio).

LA MESSA IN SICUREZZA
E dopo la scoperta di quella che è stata ribattezzata la discarica più grande d’Europa i problemi non sono finiti.
«La barriera idraulica realizzata per la messa in sicurezza d’emergenza della falda superficiale non è risultata efficace in quando non impedisce la diffusione degli inquinanti», hanno certificato i due periti. «Nessun intervento (messa in sicurezza d’emergenza o misure di prevenzione) è stato finora attuato sull’acquifero profondo, che fino all’ottobre 2007 non era stato neppure caratterizzato».
A valle della confluenza dei fiumi Tirino-Pescara anche le acque superficiali sono risultate contaminate da composti organici clorurati. «Anche per ammissione della stessa Ausimont, non vi è alcun dubbio», scrivono i periti, «che i principali contaminanti rivenuti nelle varie matrici ambientali (sostanze organiche clorurate, mercurio e piombo) siano connessi con le varie attività produttive, attuali e passate, del sito industriale».

QUANDO E’ ACCADUTO LO SVERSAMENTO?
I due periti incaricati dalla Procura spiegano che non è stato possibile individuare in quale periodo della vita del polo industriale gli smaltimenti irregolari di rifiuti, che hanno causato l’inquinamento esistente, siano avvenuti.
Inoltre si certifica che l’acqua dei pozzi di campo Colle Sant’Angelo è stata ed è destinata ad uso potabile (immessa nell’acquedotto pubblico in miscela con acqua di altra provenienza) «nonostante contaminata da sostanze organiche clorurate oltre i limiti per i siti inquinati».
Inoltre la soluzione “filtri a carbone” per eliminare i composti organici clorurati dall’acqua di falda immessa nella rete acquedottistica «non è risolutiva a causa della complessa e delicata gestione degli stessi. Ne è prova», scrivono ancora Fracassi e Di Molfetta, «il fatto che in molti referti d’analisi di Arta in atti, i filtri a carbone non hanno alcun effetto su importanti contaminanti organoclorurati presenti nell’acqua, anzi ne causano un incremento per evidente cessione dei composti precedentemente accumulati».

PERPLESSITA’ SULL’ACA
Ma i due tecnici esprimono perplessità anche sull’Aca in quanto la frequenza con cui l’azienda ha eseguito i controlli routinari sulle acque destinate al consumo umano nel 2004 e 2005 «risulta inferiore a quella prevista dal D.Lgs 31/01. Nel 2004 anche i controlli di verifica, nei quali sono anche previsti i composti organici clorurati, sono stati inferiori al minimo previsto».
Sono state espresse alcune perplessità in merito alla gestione del laboratorio d’analisi di Aca: «non vi è neanche un chimico, solo un laureato in biologia e tecnici di laboratorio, nella struttura non è presente strumentazione funzionante idonea a dosare i composti organici clorurati».
A causa di questa carenza Aca, sottolineano i due professori nella relazione, si rivolge a laboratori esterni facendo propri i risultati d’analisi. «Sebbene il ricorso a laboratori esterni sia previsto dalla vigente normativa in materia di acque potabili», annotano, «nel caso in esame è sicuramente una pratica poco opportuna. La grave situazione di inquinamento esistente richiede frequentissimi e soprattutto tempestivi controlli, non compatibili con laboratori d’analisi esterni. In sintesi, in questo modo i risultati d’analisi sono disponibili solo a distanza di giorni dal campionamento».
a.l.