LA SENTENZA

Processo Bussi tutto da rifare, le carte tornano al pm

Il reato è quello di avvelenamento non adulterazione

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

5334

Antonella Di Carlo

Antonella Di Carlo

PESCARA. E’ stata letta pochi minuti fa l’ordinanza di otto pagine dal presidente del collegio Antonella Di Carlo che ha sancito che il processo ora e qui a Pescara non s’ha da fare.

Gli atti dovranno tornare al pm per poi ricominciare con una nuova udienza preliminare. Con questa ordinanza il giudice ha radicalmente sconfessato l’ordinanza emessa dal gup Luca De Ninis e contemporaneamente ha stabilito che il reato principale è quello di avvelenamento dell’acqua e non adulterazione come era stato detto. Dunque il tribunale competente sarà la Corte d’Assise di Chieti. Con questa decisione viene spostato di 7 anni il termine di prescrizione.

Un verdetto nell’aria e già abbondantemente preannunciato da PrimaDaNoi.it  che aveva messo in luce una serie di incongruenze emerse durante la lunghissima udienza preliminare. Si conferma, dunque, “maledetto” questo procedimento nato nel 2006, chiuso due anni fa e iniziato nella fase dibattimentale da tre settimane. A giudizio ci sono 19 imputati tra i quali molti alti funzionari della Montedison di stanza a Bussi accusati di aver creato una discarica di veleni che ha contaminato le falde acquifere.
In pratica, però, il gup all’esito della sua decisione aveva riformulato il capo di  imputazione riferendosi ad un reato diverso (e meno grave) rispetto a quello ipotizzato dall’accusa, nella fase finale incarnata dal pm Anna Rita Mantini.
Udienze lunghe e  farraginose che hanno scatenato più volte i malumori di avvocati e ambientalisti e che ha generato anche qualche ricorso.
  Dopo tre udienze, dunque, dell’ormai ex processo Bussi a Pescara, il collegio (composto dal presidente Di Carlo, Colantonio e D'Arcangelo) ha deciso che il giudizio  non potrà svolgersi davanti al tribunale individuato dal gup Luca De Ninis ma dovrà spostarsi materialmente a Chieti dove ha sede la Corte d’Assise. Questo per effetto del fatto che il reato contestato è quello più grave, cioè avvelenamento di acqua somministrata.
Soddisfatti i pm Mantini e Giuseppe Bellelli, presenti in aula, poiché in sostanza è stata accolta in parte la loro linea, anche se con più coraggio avevano chiesto sì lo spostamento alla Corte d’Assise ma direttamente al nuovo collegio. I giudici dichiarandosi incompetenti, invece, hanno stabilito che le norme prevedono solo la restituzione degli atti dell’inchiesta al pm che  ora dovrà  riformulare  una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Questo significa che vengono in un attimo cancellati gli ultimi due anni di udienze, come se non fossero mai esistiti (ma solo relativamente alle disposizioni contenuti nel decreto che dispone il giudizio) e si dovrà ricominciare da capo, probabilmente davanti un gup diverso. A rigor di logica bisognerà ipotizzare almeno un paio di anni per poter vedere un nuovo decreto che dispone il giudizio.

LA SENTENZA DI INCOMPETENZA: IL GUP E LA MOTIVAZIONE ECCEDENTE
Nella sentenza letta in aula dal giudice Di Carlo vi sono le motivazioni giuridiche che forniscono una spiegazione procedurale e danno indicazione per il futuro.
Un primo punto che viene chiarito è quello della «ampia motivazione» che il gup ha inserito  «in cui esplicitava le ragioni che lo avevano indotto ad attribuire al fatto contestato la diversa qualificazione giuridica».
Il capo di imputazione modificato dal gup, infatti, era quello che il pm aveva definito come concorso in «avvelenamento  delle acque destinate all’alimentazione umana prima che fossero attinte o comunque distribuite per il consumo».
Le motivazioni del gup invece avevano affievolito l’imputazione ed in qualche modo lo stesso giudice si era sostituito all’accusa riformulando l’imputazione in «adulterazione delle acque» che è reato meno grave poichè i veleni presenti erano diluiti con acqua pura e le sostanze non erano in grado di cagionare la morte.
Ma la «motivazione eccedente» per i giudici collegiali non rende l’atto nullo ed il vizio non si estende.
Dunque, secondo il collegio il reato «rimane» avvelenamento delle acque poiché questo avviene quando vi è «l’immissione di sostanze tossiche di per sè» come infatti è avvenuto a Bussi mentre l’adulterazione implica che la «nocività derivi da una reazione che si genera in acque e sostanze alimentari a seguito dell’immissione di elementi estranei».
Con la riformulazione del reato (440cp invece che 439 cp) lo stesso gup aveva individuato nel tribunale di Pescara il giudice competente ma questo sarebbe un errore in quanto –spiega il collegio presieduto da Di Carlo - quel che conta non è il nome che si dà al reato o il numero dell’articolo del codice ma la descrizione compiuta dei fatti contestati che rimangono sempre gli stessi. Avendo di fatto immesso sostanze velenose di per sé in acqua il reato diventa di competenza della corte d’Assise.

INCOMPETENZA PER MATERIA
Stabilita dunque l’incompetenza,  il processo appena cominciato finisce sul nascere. Ma c’è la questione del cosa deve succedere.
«Quanto alla trasmissione degli atti», scrive il collegio, «il pm ha sostenuto che andassero direttamente al giudice competente» ma se fosse accolta questa ipotesi i nuovi giudici si troverebbero tra le mani non il decreto che dispone il giudizio ma una sentenza di un giudice incompetente il che non può essere poiché il codice stabilisce che un processo possa iniziare solo in presenza di un decreto che dispone il giudizio.
C’è poi un problema legato al diritto di difesa che sarebbe violato poiché in teoria gli imputati sarebbero costretti a subire un processo le cui imputazioni non hanno avuto modo di conoscere per tempo (essendo cambiate alla fine dell’udienza preliminare) e verso le quali avrebbero potuto chiedere anche riti alternativi. Per questo – si legge nella ordinanza emessa- l’ulteriore errore del Gup è stato quello di cambiare il capo di imputazione mentre invece avrebbe dovuto eventualmente sollecitare il pm a farlo per poter decidere sulla nuova richiesta.
Gli atti devono ritornare al pm che farà una nuova richiesta di rinvio al giudizio e con una nuova fase preliminare che stabilisca se e chi dovrà andare a processo e per quali reati.
«In un percorso siffatto le garanzie difensive sarebbero state soddisfatte», si legge ancora nella sentenza, «e potranno esserlo ancora, anche nella parte relativa la richiesta di riti alternativi perché gli imputati  avrebbero potuto e potranno, diversamente determinarsi di fronte ad una contestazione meno afflittiva».

GLI IMPUTATI CHE TORNANO INDAGATI
Di fatto dunque cosa succederà? Le strade sono diverse. In una prima ipotesi a breve i pm riformuleranno la richiesta di rinvio a giudizio mantenendo ferma l’imputazione più grave e sollecitando il gup su quei due capi già noti. La decisione potrebbe essere che il gup si trova d’accordo su tutto con i pm ed il processo in un paio di anni arriva a Chieti. Potrebbe però accadere che il gup, concordando in sostanza con il precedente gup, inviti i pm a riformulare le imputazioni che diventeranno meno gravi. In questo caso –per ipotesi- il processo tornerà a farsi a Pescara ma solo se si riuscirà ad essere velocissimi poiché la prescrizione è brevissima.
In attesa di giudizio rimangono Camillo Paolo, Maurilio Aguggia, Vincenzo Santamato, Guido Angiolini, Carlo Cogliati, Nicola Sabatini, Angelo Domenico Alleva, Nazzareno Santini, Luigi Guarracino, Giancarlo Morelli, Giuseppe Quaglia, Carlo Vassallo, Luigi Furlani, Alessandro Masotti, Bruno Parodi, Mauro Molinari, Leonardo Capogrosso, Maurizio Piazzardi, Salvatore Boncoraglio.

a.b.