IL CASO

Crac Di Pietro e studio Tancredi, l’Idv interroga Monti e il ministro Severino

La questione approda in Parlamento

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  Crac Di Pietro e studio Tancredi, l’Idv interroga Monti e il ministro Severino
TERAMO. Importanti novità dalla rogatoria internazionale arrivata nei giorni scorsi in procura a Teramo.

Il milione e duecentomila euro stipato all’estero non è di Maurizio Di Pietro e Guido Curti come riferito in un articolo de Il Centro. I due si trovano in carcere dal 27 gennaio scorso con l’accusa di bancarotta fraudolenta ma oggi è stato chiarito che i soldi che si trovano sul conto svizzero non sono loro «ma di una terza persona» di cui però non viene svelato il nome. Per scoprire a chi appartengano la procura dovrebbe fare una seconda richiesta specificando il nome o i nomi di altri sospettati. Nei mesi scorsi Di Pietro aveva raccontato agli inquirenti di aver visto transitare su quel conto svizzero anche soldi che non erano i suoi e di essere ansioso delle risposte delle rogatorie: «Non vedo l'ora che vi arrivi... Così vediamo cosa dice Tancredi...». Intanto infuria la polemica politica e questo nuovo giallo rialza il polverone che negli ultimi giorni si era fermato.
«Il presidente Gianni Chiodi non può permettersi di rinviare neppure di un giorno il suo dovere di chiarire il ruolo del suo studio professionale nel crac Di Pietro», sostiene il segretario regionale del Pd Silvio Paolucci. «Quello che sta emergendo è inquietante e va al più presto approfondito: gli abruzzesi non possono essere governati nel dubbio che l'attività professionale privata del presidente commissario abbia a che fare una gestione non trasparente di enormi somme. Chiodi dunque chiarisca».
Per l’esponente del Partito Democratico in assenza di un chiarimento fra ruolo privato e ruolo istituzionale di presidente della Regione e commissario governativo, si creerebbe in Abruzzo «un serio problema di compatibilità politica».
Passa all’azione, invece, il senatore dell’Idv Alfonso Mascitelli che investe della questione addirittura il premier Monti e il ministro della Giustizia Paola Severino sul caso.
Così dopo le 10 domande, senza risposta, (del consigliere D’Alessandro dell’Idv) al presidente Chiodi, sempre il partito dipietrista avanza altre domande, questa volta sono solo 5, bypassando il governatore e andando decisamente più in alto. Mascitelli chiede se il commissario Chiodi ha provveduto ad informare il governo ed a escludere situazioni di incompatibilità, «visto che un Governo che fa della lotta ai reati fiscali un elemento distintivo, non può certo tollerare che un suo commissario non faccia chiarezza sulla sua posizione rispetto a vicende giudiziarie così delicate?»
Seconda domanda: le dichiarazioni del commissario Chiodi, secondo le quali sarebbe all’oscuro dell’attività del suo studio professionale, coinvolto a sua insaputa in triangolazioni finanziarie e nel dare sede legale a società che la procura definisce di comodo, sono coerenti con la verità dei fatti?
La terza: sussiste o no un evidente conflitto di interessi tra il ruolo di commissario straordinario di Governo e l’esercizio di attività professionale?
La quarta: non è forse il caso che il Governo, attraverso il ministro della Giustizia, attivi tutte le procedure per accelerare le due rogatorie internazionali richieste dalla magistratura di Teramo necessarie per un completo approfondimento dei fatti?
Quinta: il Governo può attivarsi per essere messo a conoscenza delle attività effettuate dall’apposita Unità di informazione antiriciclaggio della Banca d’Italia e per sapere se queste attività sono state messe a disposizione della magistratura penale di Teramo?
Nei giorni scorsi Chiodi aveva parlato di tritacarne mediatico e di lobby potentissime che cercherebbero di distruggerlo. Il presidente aveva annunciato anche querele. E proprio di querele ‘teramane’ parla il consigliere regionale Carlo Costantini sulla sua bacheca Facebook: «La querela ai danni di un giornalista che racconta un fatto è solo una forma violenta di intimidazione. Chi querela, infatti, sa bene che il querelato dovrà comunque difendersi, con un enorme dispendio di energie, anche economiche, che mai nessuno gli risarcirà, una volta ottenuta l'archiviazione o l'assoluzione. Sarebbe necessario cambiare questo sistema e prevedere che chi querela a vanvera paghi i danni e le spese: a Teramo, ad esempio, sparirebbero le querele per diffamazione a mezzo stampa ed ai magistrati verrebbe lasciato il tempo di occuparsi di reati veri!»