VILLA PINI

Allarme chiusura per Maristella e le altre società del fallimento Villa Pini

Ieri vertice decisivo in uno scenario comkplesso e difficile

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4583

Allarme chiusura per Maristella e le altre società del fallimento Villa Pini
ABRUZZO. Allarme chiusura per Maristella, l’istituto di riabilitazione di Chieti incappato - come altre società - nel fallimento del Gruppo Angelini ed ora in esercizio provvisorio.

La gestione è in perdita e ieri il Comitato dei creditori è stato sul punto di decidere l’interruzione di questo tentativo del giudice delegato di salvare i posti di lavoro ed il valore della struttura. Poi in extremis il Comitato ha approvato la proposta del curatore fallimentare: «aspettiamo fino a maggio: se per allora non arrivano novità positive, chiudiamo». Potrebbe essere l’amara conclusione della scommessa di tutelare 40 posti di lavoro facendosi carico anche dei malati ricoverati, un tentativo che spettava alla politica e non certo ai giudici.
 Finora dipendenti e sindacati hanno apprezzato, ma oggi stanno subendo l’iniziativa dell’Ufficio commissariale deciso a smantellare la struttura così com’è. Intendiamoci: è vero che la riforma di questo tipo di assistenza è inevitabile e interesserà tutti gli Istituti, Maristella compreso che è un istituto per la bassa riabilitazione e dovrà avere rette e personale ridotti rispetto a quelli di oggi. Così come è altrettanto vero che i malati attualmente ricoverati sono inappropriati, sono cioè più gravi rispetto alle rette che la Regione paga attraverso la Asl. Ma così il personale è costretto a prestazioni sicuramente più complesse, pur venendo pagato la metà: facile, molto facile accumulare perdite in questo modo e soffocare lentamente Maristella. La tecnica è quella già nota di altre vicende simili: prima spremere i dipendenti sfruttando il loro affetto per questi malati con handicap cognitivo. Poi ritardare e ridurre i pagamenti, far accumulare stipendi arretrati e portare il personale ad essere scettico sul futuro della struttura così gestita. Poi minacciare l’impossibilità di continuare con l’accreditamento definitivo, per una situazione logistica di convivenza con le strutture di Villa Pini all’interno della quale Maristella opera da sempre, ma che solo da oggi è definita di ostacolo alla sua attività. Quindi programmare il trasferimento dei malati o a casa o in Residenze assistenziali. A questo scenario complesso si è aggiunta infine la minaccia che ad aprile il Consiglio di Stato possa decidere – come il Tar L’Aquila – che l’accreditamento concesso dalla Regione è irregolare e va revocato. Quindi tutti a casa, comprese le altre attività convenzionate del Gruppo Angelini. La sfiducia nel futuro di Maristella, come si vede, si potrebbe tagliare a fette. 


C’è poi un aspetto che dimostra il cinismo delle riforme difficili. Sono anni che si parla di pazienti inappropriati, ma siccome non si sa dove sistemarli si tengono in carico a Maristella in attesa di qualche blitz improvviso, come è capitato all’Azienda agricola di Villa Pini, quando malati psichiatrici recuperati sono stati mandati al massacro o in strutture inadeguate o a casa dove i parenti non erano in grado di curarli. E se non si riesce a rispedirli come pacchi ai parenti, questi malati restano ancora a Maristella. Capita in questi giorni: un anziano con problemi di epilessia deve essere rimandato a casa, dove però c’è solo un fratello altrettanto anziano che non può assisterlo. C’è poi un giovane schizofrenico, anche lui in lista di attesa per tornare dai genitori che però sono gravemente malati. E allora restano entrambi in Istituto, dove il personale fa miracoli per assicurare l’assistenza, anche se nessuno prepara medaglie. Risultato finale? L’esercizio provvisorio è in perdita e c’è la possibilità che chiuda definitivamente, visto che nessuno si occupa più di questa situazione. E allora quaranta persone a spasso e altrettanti malati psichiatrici dispersi.
C’è qualcosa che non quadra in questa storia. Dopo il tentativo abortito di acquisto da parte del Gruppo Neuromed, si temeva che il bilancio potesse registrare perdite e oggi si parla di quasi 400 mila euro di deficit. Si tratta di una contraddizione evidente, perché la finalità dell’esercizio provvisorio è la tutela del patrimonio e magari la sua crescita in favore dei creditori, in primis proprio i dipendenti. Il timore di non potercela fare combattendo contro poteri molto forti è stato subito avvertito  quando Maristella, proprio a ridosso della gara per la vendita, è stato interessato da due ispezioni (Commissione Marino e Nas) e dalla “scoperta” che tra le criticità della società in vendita c’era anche la coabitazione con Villa Pini che avrebbe impedito l’accreditamento definitivo. Ma questo era un fatto così conosciuto che non è servito a Neuromed per giustificare il suo ritiro e riavere la cauzione versata. Però ha ulteriormente appesantito le probabilità di vendita di Maristella. “Allora chiudiamo?” chiese il curatore Giuseppina Ivone al giudice delegato Adolfo Ceccarini, raggiunto subito dopo che Neuromed non si era presentato per la firma del contratto di acquisto. Nella stanza del giudice cadde il silenzio. Poi la porta fu chiusa ed iniziarono le riflessioni che hanno portato prima all’ipotesi di una vendita immediatamente successiva con prezzo ribassato ad 800 mila euro (rispetto ad 1,361 mln di euro dell’aggiudicazione abortita) e poi - in caso di asta ancora deserta – un altro tentativo a prezzo ancora ridotto a 400 mila euro. Insomma giocare il tutto per tutto per pagare creditori e dipendenti e per consentire a Maristella di camminare con le sue gambe. Poi all’improvviso le sentenze del Tar L’Aquila contro l’accreditamento concesso dalla Regione e l’attesa per le decisioni del Consiglio di Stato, il cui impatto sarebbe devastante sull’occupazione di tutto l’ex Gruppo Angelini se gli accreditamenti fossero cancellati. In tutto questo scenario molto pesante per un totale di circa 1500 dipendenti, la Regione latita e non pensa a soluzioni alternative. Preferisce pagare la mobilità passiva alle altre Regioni piuttosto che far lavorare gli abruzzesi. I deboli, come si sa, li difendono solo i santi.
Sebastiano Calella