GIUSTIZIA

Il processo Bussi sull’orlo del precipizio

I pm chiedono lo spostamento in Corte d’Assise

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Il pm Annarita Mantini

Il pm Annarita Mantini

PESCARA. Quante possibilità ci sono che il processo sulla mega discarica di Bussi parta e arrivi alla fine? Purtroppo molto poche.

Ieri si è tenuta la prima udienza dibattimentale a porte aperte nell’ennesimo maxi processo che parte a Pescara. Dopo il rinvio della scorsa udienza per incompatibilità del giudice Carmelo De Sanctis (per rapporti di parentela con Mario Amicone dell’Arta) si è insediato il nuovo presidente Antonella Di Carlo che ieri ha dato la parola prima al pm Annarita Mantini (coadiuvata dal pm Giuseppe Bellelli) e poi agli avvocati difensori.
19 gli imputati in tutto tra i quali spiccano dirigenti della ex Montedison. Al centro del processo una serie di condotte contestate dalla procura e che riguardano la creazione delle mega discariche di Bussi nei pressi della autostrada, dove sono stati intombati rifiuti tossici per oltre 50 anni. Da qui ne è nato una contaminazione delle falde acquifere e le sostanze sono finite anche nell’acquedotto pescarese gestito dall’Aca.
Nell’udienza di ieri sono state affrontate parte delle eccezioni preliminari che fanno da prologo all’inizio del processo vero e proprio e non sono mancate le sorprese.
L’inchiesta su Bussi non è nata sotto una buona stella, segno zodiacale “gambero” visto che si è tentato di risalire la corrente del tempo e cercato di capire, non senza difficoltà, che cosa è successo nel polo industriale che sorge alla confluenza del fiume Pescara e Aterno.
L’inchiesta, nata con il pm Aldo Aceto, è poi passata di mano, a cose fatte, al pm Mantini che lo ha portato fino al dibattimento. Nell’udienza preliminare, però, è accaduto qualcosa di poco frequente. Il gup Luca De Ninis, dopo mesi di udienza preliminare, nella sua ordinanza che dispone il giudizio ha riformulato i capi di imputazione, cioè le accuse, e scardinato in buona parte l’impianto accusatorio.
In sostanza De Ninis, che si è letto una montagna di carte, ha stabilito che non c’è stato «avvelenamento», o almeno non ci sono i presupposti per fondare un giudizio penale per contestare questo tipo di reato. Si parla invece di ‘contaminazione’, una definizione che mitiga le accuse mosse dal pm.
Un colpo di scena inatteso che ha fatto tremare una prima volta tutta l’inchiesta che racconta uno dei grandi scandali abruzzesi. Secondo il gup l’acqua non era avvelenata poiché i livelli di veleni riscontrati non erano tali da provocare la morte. Questo anche perché l’acqua contaminata venne miscelata con quella più pura dell’acquedotto Giardino, un cocktail di veleni sì ma annacquato. Per questo il gup ha ordinato che il processo si facesse ma contestando l’adulterazione del prodotto acqua distribuito a circa 500mila persone.
Nell’udienza di ieri si è partiti da questo con una serie di problematiche giuridiche che hanno complicato non poco la vita del processo.
Intanto i pm Mantini e Bellelli hanno chiesto che il rito venga spostato alla corte d’Assise di Chieti e che il reato contestato ritorni ad essere quello di avvelenamento.
Nel caso di accoglimento di questa richiesta il collegio pescarese presieduto da Di Carlo dovrà spiegare perché si deve cancellare il lavoro del gup, lavoro fondato sulle carte dell’inchiesta. Il problema fondamentale in questa fase –come hanno fatto notare gli avvocati difensori- è che il collegio giudicante, a differenza del gup, ha a disposizione solo due documenti: il decreto del gup e la richiesta di rinvio a giudizio del pm.
Le altre carte non esistono ancora processualmente poiché le prove devono formarsi nel dibattimento che non è ancora inziato. Dunque la domanda è: potrà il collegio sconfessare il gup senza conoscere le carte dell’inchiesta?
Dal canto loro gli avvocati difensori, molti dei quali venuti dal nord, hanno invece difeso a spada tratta l’opera del gup (che affievolisce le contestazioni) chiedendo che la richiesta del pm venisse rigettata.
Dopo una mattinata di opposizione, spesso dotta, spesso fatta di commi e sentenze della cassazione, si è anche capito che una delle ipotesi più praticabili è quella che il processo ufficialmente si incardini a Pescara, continui normalmente e che alla fine, solo alla fine (cioè tra un anno e mezzo circa) il collegio giudicante possa persuadersi che il pm aveva ragione e che in effetti si possa parlare di avvelenamento e non di adulterazione e spostare dunque il tutto a Chieti. Davanti alla Corte d’Assise tutto ricomincerebbe da capo, come se nulla fosse accaduto, e nel frattempo (in questa ipotesi siamo già nel 2014) molti dei reati andranno in prescrizione, rimanendo in piedi solo le condotte più gravi.
Ipotesi e scenari non del tutto confortanti nell’ottica di chi vuole l’accertamento della verità giudiziaria su fatti che hanno sconvolto la vita della regione e di cui i giornali hanno scritto per anni.
La beffa è in agguato. Tutto è nelle mani del giudice Di Carlo e dei suoi due colleghi a latere, che di sicuro riuscirà a dirimere questa controversia a rigore di norma.
Alessandro Biancardi