LA SENTENZA

Giudice di pace: «l'enfiteusi non si paga se il Comune non dimostra il titolo»

Una sentenza pilota che potrebbe avere ripercussioni pesanti per il Comune di Francavilla

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Antonio Luciani

Antonio Luciani

FRANCAVILLA. «No. La signora A. C. non deve pagare nessun canone di enfiteusi (sono gli affitti sulle terre date in concessione ai contadini nei secoli scorsi) perché il Comune di Francavilla al mare non ha dimostrato di avere titolo per chiedere oggi questo pagamento. Quindi è nulla anche la diffida con cui è stata intimata di pagare entro 30 giorni».

 Così ha deciso Mariaflora Di Giovanni, il giudice di pace di Francavilla, che nei giorni scorsi ha depositato la sentenza su un ricorso curato dagli avvocati Luciano Carinci e Valentina Di Lello. E martedì prossimo ci sarà un’altra udienza su una vicenda fotocopia che potrebbe concludersi nello stesso modo. Questa sentenza,  imprevista per il Comune che si era speso in molti modi per convincere i cittadini a pagare, è destinata a fare molto rumore e soprattutto a mettere in grossa difficoltà il Bilancio comunale che sul recupero di questi soldi aveva fatto grande affidamento. Infatti si tratta di una sentenza “pilota” destinata a fare da battistrada per tutti gli altri ricorsi e forse costringerà l’amministrazione Luciani a ritirare le 5 mila lettere spedite a caccia di cittadini di buona volontà disposti a pagare senza chiedersi il perché. Infatti la bocciatura del Comune è totale proprio per la superficialità con cui ha gestito la questione, perché il giudice ha deciso non se “i canoni enfiteutici si pagano o non si pagano”, ma se chi chiede di pagare ha titolo per farlo. In pratica viene sconfessato un modo di amministrare secondo cui un amministrazione pubblica si sveglia la mattina e decide di far pagare o no, secondo la sua convenienza (vengono in mente gli aumenti delle bollette dell’acqua…). Al contrario, l’Ente che chiede soldi deve dimostrare documentalmente che questi soldi sono dovuti. Il che non si è verificato a Francavilla dove l’itinerario di questa richiesta è sembrato il contrario: siccome ci servono soldi, vediamo dove e come possiamo fare cassa. Il sindaco Antonio Luciani non condivide la sentenza negativa, ma non si scompone affatto perché è convinto che alla fine le ragioni della sua amministrazione saranno riconosciute. E cioè che i cittadini dovranno pagare «perché i titoli per richiedere il canone ce li abbiamo e li depositeremo martedì all’udienza già prevista per un altro ricorso». In pratica spuntano oggi i documenti che dovevano essere pronti prima di inviare le lettere? «Abbiamo dato incarico ad un geometra che ce li ha consegnati in questi giorni – continua Luciani – ma il problema di fondo è un altro e cioè la competenza o meno del giudice di pace. Trattandosi di diritti reali, perché è pacifico che i canoni enfiteutici siano così, tocca decidere al Tribunale e magari si deve fare anche il tentativo di conciliazione. Perciò martedì depositiamo i titoli che abbiamo rintracciato e solleviamo il problema dell’incompetenza del giudice di pace».
Anche perché la cifra in ballo per il Comune è di circa 1,5 mln.
La storia del ricorso accettato e della bocciatura del Comune ha però un altro percorso. Intanto perché il Comune aveva chiesto il rigetto dell’opposizione di questa cittadina al pagamento «in quanto la lettera era solo un avviso e come tale non era opponibile dall’interessata che non aveva interesse ad agire», secondo le formule del diritto. E qui il giudice bacchetta per la prima volta il Comune: la richiesta formulata con la minaccia che ci sarebbe stato il recupero coattivo del credito vantato se non si pagava la bolletta entro trenta giorni, è un “avviso di mora” ed in quanto tale è oppugnabile. Altro che lettera di semplice comunicazione: al di la di come viene presentata dall’amministrazione comunale, si tratta di una vera e propria ingiunzione di pagamento. Infatti non è il “nomen iuris” che qualifica l’atto, ma il suo contenuto. La seconda bacchettata è proprio sulla competenza del Giudice di pace. Il ricorso infatti chiedeva non tanto di approfondire il tema dei canoni enfiteutici (che pure il giudice di pace può affrontare, secondo la Corte costituzionale), quanto di accertare l’insussistenza del diritto del Comune di Francavilla di procedere alla riscossione forzata dei canoni enfiteutici.
E agli atti della causa non c’è la dimostrazione che il Comune è in possesso dei contratti di enfiteusi: non ne parla la delibera del Consiglio comunale, non ne parlano i Piani regolatori, non ci sono le visure catastali né altri documenti che spiegano il perché ed il quanto dei canoni richiesti. Però, non si sa come, in questo caso spunta la richiesta di pagare 5 annualità di enfiteusi. Un canone di cui non si era mai parlato, che non era mai stato richiesto e che non risultava nell’atto di acquisto dell’appartamento gravato dalla richiesta del Comune e che l’interessata aveva comprato con un atto notarile che definiva il bene come «libero da ogni gravame, canone o ipoteca».
 E che risultava così anche al catasto. Ma la sentenza va oltre. Perché anche se alla fine questo vincolo ci fosse, la sua mancata trascrizione nei pubblici registri immobiliari implica la decadenza del canone per chi ha acquistato il bene in buona fede. Inoltre, dice sempre la sentenza, il diritto del Comune – ammesso che ci sia – è soggetto ad usucapione in dieci anni, se questo avviene da parte di un soggetto diverso da chi in origine aveva l’obbligo di pagare il canone. Senza dire che il Comune non avendo mai richiesto questo “debito” negli ultimi 10 anni (come richiesto dal Codice civile) e nemmeno negli ultimi 20 anni (secondo la legge 16 del 1974 che disciplina questi canoni) ha emesso “un atto nullo e carente” di istruttoria. Che fine faranno adesso tutte le ingiunzioni inviate?
Sebastiano Calella