IL CASO

Caso Di Nunzio: «il medico non ci disse dei disturbi di nostro figlio»

E’ scontro a distanza tra il padre di Valentino di Nunzio e il medico che aveva in cura il ragazzo.

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Caso Di Nunzio: «il medico non ci disse dei disturbi di nostro figlio»
PESCARA. Il medico «ci aveva genericamente parlato di disturbo psicotico». Poi tutta la verità l’hanno scoperta solo dal verbale dei carabinieri.

Valentino Di Nunzio, oggi tetraplegico a seguito della caduta di testa dal letto a castello della cella di Teramo dove era rinchiuso per aver ucciso la mamma, soffriva di disturbo schizoaffettivo. Il papà del giovane, che oggi resta accanto a suo figlio e combatte per riuscire a capire cosa sia accaduto in questi mesi, si chiede perché lui e sua moglie non abbiano mai saputo la verità.
Nei giorni scorsi in una intervista al Centro lo psichiatra Roberto Riccioni si è detto sconvolto per la paralisi di Di Nunzio e ha però smentito la lite che il padre del ragazzo ha citato nell'esposto alla procura di Teramo  e che sarebbe avvenuta proprio il giorno prima del delitto, nel suo studio. «Non ho con me il diario clinico e non posso essere preciso», dice Riccioni al quotidiano, «ricordo che il ragazzo era venuto da me nei giorni precedenti al delitto. Ma non c'è stata nessuna lite. Fino all'ultimo giorno il ragazzo non ha mai manifestato segni di aggressività verso nessuno. Veniva per i controlli, era seguito, prendeva i farmaci richiesti. Aveva anche intrapreso questa attività teatrale. Aveva un carattere mite, ma sappiamo tutti che un questo campo a volte accadono cose imprevedibili. Il suo è stato un raptus che ha sorpreso tutti».
Ben diversa la replica di Ferdinando di Nunzio che dopo le parole del medico tenta di riscrivere quello che è accaduto nei giorni che hanno preceduto la tragedia ricordando anche allo specialista il giorno esatto dell’ultima visita del paziente prima dell’omicidio.
«Riccioni», spiega Di Nunzio, «ha avuto in cura mio figlio Valentino privatamente e per cinque anni, si dice sconvolto e addolorato ma, a distanza di oltre cinque mesi dai fatti, non si è mai sentito in dovere di esprimermi personalmente tale dolore né si è mai sentito in dovere di chiedere se avessi bisogno di qualcosa o di affrontare insieme la tragedia accaduta». Riccioni dopo l’omicidio ha riferito spontaneamente ai Carabinieri di Popoli che Valentino Di Nunzio «non ha mai manifestato comportamenti caratterizzati da aggressività auto e/o eterodiretta».
Ma per il papà la questione sarebbe diversa: «ho il preciso ricordo di due episodi di cui il dottore Riccioni era perfettamente a conoscenza. Il 26 Dicembre 2010 fui violentemente aggredito e pesantemente minacciato da mio figlio Valentino; fu mia moglie Maria Teresa a calmare il ragazzo e a farlo recedere dalla violenza. Impauriti dall’episodio, chiedemmo allo psichiatra se fosse necessario il ricovero di nostro figlio ma egli ci disse di essere contrario, ritenendo che tale ricovero potesse rivelarsi controproducente se non dannoso».
Il secondo episodio, ricorda ancora il papà, si è verificato il giorno prima del delitto, sabato 24 settembre 2011: «come da me già riferito ai Carabinieri, Valentino ebbe con me un pesante alterco a seguito del quale ebbe una crisi di pianto. La madre se ne accorse, telefonò immediatamente al dottor Riccioni e da questi condusse il figlio il pomeriggio stesso per una visita. Mia moglie mi riferì che Valentino aveva avuto un alterco anche con il dottor Riccioni, tanto da essere entrata nel suo ambulatorio attratta dal trambusto».
Oggi lo psichiatra nega l’episodio e nega anche di aver visitato Valentino il giorno prima del delitto. «Ma io», racconta ancora il signor Di Nunzio, «sono in possesso di una sua ricetta datata 24 Settembre 2011, con cui modifica le prescrizioni date il 20 settembre precedente (anche tale ricetta è in mio possesso) e porta da una a tre le pillole di Zyprexa (farmaco potentissimo) che Valentino avrebbe dovuto assumere».
Di Nunzio sostiene inoltre che il medico non aveva mai informato né lui né sua moglie della sua diagnosi comunicata ai Carabinieri (disturbo schizoaffettivo): «ci aveva genericamente parlato di disturbo psicotico. Non ci ha mai incontrato per istruirci sul comportamento da tenere in casa con il ragazzo. Neanche abbiamo mai saputo attraverso quali procedure il dottor Riccioni prescriveva lo Ziprexa, farmaco che, come ho appurato in seguito, può essere prescritto solo dalle strutture sanitarie pubbliche».
Per questo nell’esposto presentato alla Procura di Teramo e firmato nei giorni scorsi dal papà di Valentino si chiede di accertare eventuali responsabilità a carico del professionista (così come è stato richiesto per gip, pm, struttura carceraria).