LA SENTENZA

Piscina di Francavilla. la Corte dei conti: «uso disinvolto dei soldi pubblici»

L’ex sindaco di Quinzio soddisfatto: nel suo breve mandato aveva sollevato il problema

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Nicolino di Quinzio

Nicolino di Quinzio

FRANCAVILLA. «La condanna della Corte dei Conti sulla piscina di Francavilla per il danno erariale da mancata riscossione del canone? Certo che mi fa piacere. Ma non per quello che pensano i miei avversari politici»

«La sentenza conferma infatti che era giusta la mia battaglia per il buon funzionamento dell’amministrazione comunale e che non c’era alcun intento persecutorio nei confronti della vecchia Giunta»
Di più non vuole dire Nicolino Di Quinzio, ex sindaco di Francavilla al mare, sfiduciato e bloccato a metà del suo mandato nel pieno del suo sforzo per il risanamento della macchina comunale ereditata  dalla Giunta Angelucci. Durante la gestione Di Quinzio furono, infatti, avviati controlli per tentare di rimettere sotto la lente della compatibilità economica  iniziative come quelle del porto turistico, dei prestiti della banca Ifis, della riscossione dei tributi comunali (dall’Ici alla Tarsu), dei progetti informatici e di altre spese che avevano messo in ginocchio le finanze del Comune. Anche la gestione della piscina che utilizzava un impianto pubblico senza pagare il canone era finito nel mirino del sindaco Di Quinzio, che però poco dopo era stato “dimissionato” e non certo per le proteste del gestore Luciano Di Renzo al quale si voleva far pagare l’affitto, come ha condiviso la Corte dei Conti. Soldi che ora entreranno nelle casse dell’amministrazione Luciani, come ha riferito in Giunta lo stesso sindaco che ha ricevuto la comunicazione della Corte dei conti letta agli assessori con l’impegno della riservatezza (ma che sulla piscina sembra un pò fermo). In realtà, a scorrere le 34 pagine della sentenza, emerge un quadro assai preciso delle motivazioni che hanno portato alla condanna da 110 mila euro a favore delle casse comunali e che dovranno sborsare di tasca propria l’ex sindaco Roberto Angelucci, gli ex assessori Di Muzio, De Felice, Damario e Chiementa ed i funzionari Carmela Equizi e Giorgio Pattara. Alfredo De Felice ha eccepito infatti che si era limitato ad approvare una delibera corredata dei pareri postivi del segretario comunale e che la determina era stata decisa da un funzionario che aveva seguito l’appalto, quindi non c’era nessuna sua responsabilità. Franco Di Muzio ha ricordato che la trattativa privata si era resa indispensabile visto che l’appalto era andato deserto e che comunque il gestore aveva effettuato lavori ben superiori al costo di un canone annuale: quindi nessun danno al Comune. Inoltre non era più assessore dal 2003 e comunque aveva approvato una delibera di iniziativa del sindaco e dell’assessore allo sport e non aveva responsabilità per la mancata sottoscrizione del contratto (di competenza del funzionario).

 L’ex sindaco Roberto Angelucci, Daniele D’Amario e Anna Chiementa, insieme a Carmela Equizi e Giorgio Pattara, si sono difesi invece sostenendo che si trattava di un servizio pubblico erogato in concessione, quindi non c’era bisogno di canone e addirittura si poteva pensare anche al contrario, cioè pagare il concessionario per il servizio erogato. Inoltre la delibera del Consiglio comunale che aveva dato il via alla vicenda non parlava di canone, quindi non sarebbe corretto attribuire ora per allora certe responsabilità. Tanto più che i lavori eseguiti a spese del gestore sono ben superiori a qualsiasi canone. Per la Corte dei Conti invece è stata sbagliata proprio la conduzione dell’appalto e non si può parlare di gestione gratuita della piscina perché gli esempi portati a discolpa (come i canoni autostradali incassati da chi ha costruito le autostrade) non sono equivalenti: la piscina infatti era stata costruita a spese del Comune e non del gestore, come capita per le autostrade. Quindi la corretta utilizzazione delle risorse pubbliche, con le quali è stata costruita la piscina, impone un canone e non un “comodato” gratuito decennale, come è avvenuto. Sembra questo il punto centrale della sentenza: le risorse pubbliche debbono essere utilizzate solo a favore del Comune e dei cittadini. Insomma la Corte dei Conti ha punito non tanto il danno erariale, quanto un metodo di governo della cosa pubblica che deve essere meno disinvolto e più rispettoso dell’uso dei fondi pubblici.
Sebastiano Calella