LA SENTENZA

La Corte dei Conti condanna a 110 mila euro l’ex Giunta Angelucci

La piscina comunale di Francavilla non pagava l’affitto

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La Corte dei Conti condanna a 110 mila euro l’ex Giunta Angelucci
FRANCAVILLA. La Corte dei Conti ha detto no: non si può affidare la gestione di un bene comunale – in questo caso la piscina di Francavilla al mare – senza far pagare un canone.

Averlo fatto ha provocato un danno erariale alle casse comunali pari a 110 mila euro che viene fuori da questo conteggio: un affitto di 2 mila euro mensili per 55 mesi, dal maggio 2006 al gennaio 2011, escludendo perché prescritti i canoni dal 2000, data dell’affidamento, fino al maggio 2006.
Tutte cose riportate negli anni scorsi da PrimDaNoi.it non senza difficoltà.
A pagare questo importo di tasca propria sono stati condannati gli ex assessori della Giunta Angelucci e due funzionari del Comune, che si divideranno così la cifra: 30 mila euro ciascuno l’ex sindaco Roberto Angelucci ed il funzionario Carmela Equizi, come presidente della Commissione della gara d’appalto, 10 mila euro a testa per gli assessori Anna Chiementa, Daniele D’Amario, Franco Di Muzio, Alfredo De Felice ed il funzionario Giorgio Pattara, come segretario della Commissione.
 Come detto, questo importo è stato depurato delle altre 5 annualità cadute in prescrizione, altrimenti la condanna sarebbe stata ben più pesante, il che significa che il danno causato al Comune sarà risarcito solo a metà. In origine la Procura della Corte dei Conti aveva richiesto una condanna per 250 mila euro, poi però la cifra è stata ridimensionata per una serie di valutazioni della difesa. In realtà però, al di là degli importi, questa sentenza ha un valore soprattutto politico, perché sconfessa quel metodo di amministrare la cosa pubblica che è stato comune a molte amministrazioni locali che ritenevano di vivere nel paese di Ben-godi: non si paga l’acqua, la Tarsu, non si riscuotono sempre le contravvenzioni, si chiude un occhio e magari anche l’altro sull’Ici. Poi arriva la prescrizione come in questo caso che cancella ogni cosa.
Sono moltissimi i Comuni oggi in difficoltà per aver amministrato male in passato. La storia di questa piscina pubblica, costruita a spese del Comune e poi gestita come cosa privata per 10 anni, senza pagare l’affitto, è stata ricostruita nei minimi particolari nella sentenza di 34 pagine: si va dalla determina dirigenziale del 5 maggio 2000 che affidava l’impianto alla srl Progetto sport gestione impianti fino alla sua restituzione al patrimonio comunale. Il gestore e gli amministratori si sono difesi sostenendo che le spese per il funzionamento nonché i lavori di migliorìa erano stati sempre a carico del privato, ma la Corte dei Conti ha detto che – come avviene in casi analoghi – comunque un canone pur ridotto andava pagato. Il che era stato fatto emergere da una richiesta del segretario generale del Comune all’epoca della Giunta Di Quinzio che nel gennaio 2010 aveva sottolineato la necessità che l’amministrazione di Francavilla si riappropriasse della struttura: era una illiceità contabile che andava sanata attraverso l’affidamento della piscina con una gara d’appalto e non con una trattativa privata, come era avvenuto nel 2000. La lunga sentenza dei giudici contabili ha fatto dunque chiarezza sia sulle risultanze delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Chieti, secondo cui il canone doveva essere di circa 5000 euro mensili, sia delle opposte interpretazioni degli interessati che, pur con molte differenze nelle responsabilità, sostenevano che tutto sommato si potevano compensare i canoni non versati con le opere realizzate, con la gestione del personale e con i biglietti di ingresso calmierati. Argomentazioni che non hanno convinto la Corte dei Conti, che ha solo ridotto di oltre la metà il danno causato.
«Si può discutere del quantum, non dell’an: perché la debenza è chiara», dice la sentenza. Tradotto: possiamo concordare “quanto si deve” come canone, non “se si deve” un canone, perché la gestione di un bene pubblico deve produrre un vantaggio per l’ente che lo ha finanziato. Ma complessivamente è la procedura di affidamento della gestione che è stata fatta male, perché «tutte le carenze evidenziate si sono risolte a danno dell’Ente e a favore del privato».
«Il giudizio negativo sull’operato dei condannati si fonda sull’imprudenza e sulla mancanza di doverosa cautela e attenzione nella disposizione del patrimonio comunale, che assurge al canone di colpa grave, richiesto per l’affermazione della responsabilità amministrativa: è di solare evidenza che per godere di una struttura è necessario pagare un corrispettivo».
Sebastiano Calella