IL PROCESSO

Zupo:«da 6 anni pago un prezzo altissimo per aver fatto solo il mio dovere»

L’ex capo della Mobile di Pescara ascoltato questa mattina nel processo Ciclone

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Nicola Zupo

Nicola Zupo

PESCARA. «Ovunque vada non c’è posto dove non si sappia che io sono il ‘cornuto’. Da anni continuo a ricevere lettere anonime e offensive. Nessuno sa quello che ho fatto di buono. Pago un prezzo troppo alto, solo per ver fatto il mio dovere»

L’ex capo della Squadra Mobile di Pescara, Nicola Zupo, ha dovuto mettere in conto anche questo ennesimo sacrificio e testimoniare in aula nell’ambito del processo Ciclone sulle tangenti al Comune di Montesilvano. La sua deposizione è stata richiesta dal pm Gennaro Varone poiché più volte nel corso del processo in corso sono emerse circostanze e fatti che in qualche modo lo riguardano da vicino e gettavano ombre sull’operato degli investigatori e della stessa procura.
Dubbi e insinuazioni che sono sempre circolate, fin dall’inizio delle indagini, e che poi sono culminate nelle dichiarazioni spontanee del principale imputato, Enzo Cantagallo, che ha parlato di presunti complotti per incastrarlo e di essere oggetto di vendetta da parte del capo della Mobile, Zupo, appunto. Un odio sorto dal fatto che Cantagallo avrebbe avuto una relazione con Antonella Marsiglia, comandante dei vigili urbani e moglie del poliziotto.
L’investigatore, oggi di stanza a Sanremo, ha parlato per più di un’ora e mezza, circostanziando fatti e spiegando da altra angolazione cose già emerse nelle scorse udienze. L’avvocato dell’imputato Cantagallo, Giuliano Milia, non ha fatto una sola domanda sulla presunta relazione extraconiugale non essendo l’argomento mai stato oggetto della linea difensiva. Anche gli altri avvocati degli imputati non hanno ritenuto di contro esaminare il teste.

LA FUGA DI NOTIZIA E LE INFORMAZIONI DALLA CARICHIETI
La deposizione del primo dirigente si è aperta con la descrizione dettagliata del ruolo e della figura di Lamberto Di Pentima, capo di gabinetto dell’ex primo cittadino Cantagallo, che, tuttavia, avrebbe svolto una serie di mansioni che «nulla avevano a che fare con questo ruolo». Un impegno costante dell’avvocato Di Pentima sarebbe stato quello –secondo il racconto di Zupo- di stringere contatti con esponenti della polizia o della procura per avere informazioni sulla inchiesta in corso.
Così Zupo ha svelato che Di Pentima chiese informazioni alla Carichieti dopo aver contattato Luigi De Vitis che confermò che la polizia aveva svolto accertamenti bancari. Fu in quella occasione che gli indagati, dopo appena pochi giorni, seppero che l’ipotesi accusatoria era quella di associazione per delinquere, che il pm era Varone e che oltre al sindaco Cantagallo erano indagati altre 11 persone con i relativi nomi.
Tutte informazioni che il gruppo ristretto della Squadra Mobile è riuscita a captare anche grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali che erano partite solo da pochi giorni. E la fuga di notizie minò fortemente l’inchiesta che però andò avanti comunque.
Di Pentima si adoperò per avere informazioni anche «andando in barca con due magistrati, uno di Pescara e l’altro de L’Aquila, magistrati che non sono mai stati individuati», ha detto Zupo. Poi Di Petima tentò di avere informazioni dall’ingegnere della Cocea, Claudio Martella, che in alcune intercettazioni è stato ascoltato mentre parlava di un certo “Pasquale” come fonte di informazione.

I RAPPORTI CON LA POLIZIA E I MAGISTRATI
E poi c’erano i poliziotti che in qualche modo sono comparsi in alcune intercettazioni e che avevano avuto contatti con gli indagati. Zupo ha fatto i nomi di tutti, chiarendo che hanno subito un procedimento amministrativo di cui non ha più seguito gli esiti. Molti degli agenti erano proprio della Squadra Mobile, tra cui anche Salvatore Colangelo che è imputato in questo processo per la fuga di notizie.
Per ogni poliziotto Zupo ha elencato le circostanze in cui compariva il nome del collega, il loro ruolo ed i loro rapporti con gli indagati e anche cosa hanno poi dichiarato gli agenti sentiti a verbale.
L’ex capo della Mobile ha inoltre raccontato della formazione del gruppo ristretto che doveva indagare ed ha chiarito che questa divisione tra i suoi uomini, ai quali veniva imposto il segreto, creò una spaccatura dolorosa e disagi al gruppo che prima di allora era compatto e affiatato.
Di Pentima, ha rivelato ancora l’investigatore, contattò anche il procuratore Pietro Mennini che poi subì un procedimento del Csm nel quale hanno testimoniato sia Zupo che Cantagallo e Di Pentima e dal quale l’attuale procuratore di Chieti è uscito completamente assolto.
Di Pentima avrebbe stilato anche una lista di persone che avrebbero dovuto contattare il procuratore Nicola Trifuoggi per avvisarlo della presunta relazione extraconiugale e dell’odio di Zupo che sarebbe stato il carburante propulsivo dell’indagine.
Sempre Di Pentima pianificò una vera e propria strategia di attacco da più fronti perché «il cerchio si doveva chiudere» per arrivare a mettere l’investigatore fuori gioco. Nella lista dei contatti del capo di gabinetto c’erano l’avvocato Milia che non si prestò alle richieste, poi c’era Mennini che «purtroppo parlò con Trifuoggi», poi fu la volta del prefetto e del questore di allora. L’obiettivo rimaneva quello di evidenziare la presunta incompatibilità di Zupo.
Di Pentima si rivolse nuovamente a Luigi De Vitis «perché questi parlasse con il procuratore Trifuoggi che conosceva bene. L’incontro si tenne», ha chiarito Nicola Zupo, «ma da quello che si è capito l’argomento non venne trattato se non superficialmente anche se dalle intercettazioni Di Pentima racconta cose diverse, forse per far vedere che lui era in grado di operare». Poi da Trifuoggi andò anche Cantagallo per fargli presente lo stesso problema.
Il procuratore informò subito sia il pm che Zupo che aveva già presentato nel maggio 2006 una richiesta protocollata di astensione dalle indagini poiché già circolavano lettere anonime che parlavano della presunta relazione extraconiugale.

VELENI E ANONIMI
«Nel corso degli anni sono stato tempestato di lettere anonime», ha detto Zupo in aula, «e c’è sempre un riferimento al fatto che sono ‘cornuto’. Sono stato trasferito a Ravenna e pensavo che almeno lì sarei stato tranquillo invece appena arrivato mi trovo un articolo su Il Giornale in cui si parla di una guerra tra giudici. Questo articolo fu accompagnato da una lettera anonima al questore di Ravenna e al capo della polizia. Ho subito poi una ispezione che si è conclusa con un nulla di fatto. L’ispettore ministeriale mi disse che non aveva mai trovato un ufficio così efficiente ma che la mia posizione era difficile perché ero accerchiato».
Zupo non si è fatto scrupolo di chiarire anche circostanze private come quella che riguarda l’arrivo in questura della prima lettera anonima. «Ero a Pescara da poco e arrivò questa lettera che parlava di mia moglie. Ci sono tanti modi di reagire; io presi la lettera e tornato a casa la feci vedere a mia moglie e le dissi “se solo una cosa di queste è vera dimmelo ed io me ne vado”. Vede, presidente, la dottoressa Marsiglia è la mia seconda moglie e so cosa è un divorzio ma mia moglie ha sempre negato nella maniera più assoluta».
Pochi giorni dopo l’inizio delle indagini il 6 maggio 2006, Zupo chiese formalmente di essere esonerato con una lettera agli atti del processo.
Anche al procuratore Aldo Aceto, che lo aveva chiamato per un’altra indagine su Montesilvano nel 2005, chiese di non essere lui ad indagare «ma il pm mi rispose che si fi dava di me e che dovevo farlo».
«Se il poliziotto che ha qualche conflitto non si astiene commette abuso d’ufficio», ha detto Zupo, «non creda signor presidente che io, poi, non ne abbia più parlato anche con il pm che mi si stava chiedendo un sacrifico enorme. Più volte ho fatto presente che sarebbe stato meglio per tutti se io non ci fossi stato. Mi hanno chiesto un sacrificio sovrumano perché non esiste posto dove io vada che la gente non mette “Zupo” su Google ed esce fuori la storie delle corna… Il procuratore Trifuogi, Varone ma anche Di Florio mi hanno sempre detto che non si poteva permettere a nessuno di intimidire la procura e di andare avanti tranquillamente…»

«MIA MOGLIE TRASFERITA PER LEGGE: NON MI HANNO FATTO NESSUN FAVORE»
L’altro fatto emerso sempre dalle dichiarazioni spontanee di Cantagallo era quello delle presunte minacce di Zupo in un incontro nella piazza del Comune dove il poliziotto avrebbe chiesto il favore di far chiamare da Vigevano la moglie come comandante dei vigili urbani
«Ci sono normative», ha spiegato il poliziotto, «che prevedono l’avvicinamento del dipendente pubblico alla sede del coniuge, ci sono anche normative specifiche per i poliziotti che sanciscono il diritto di poter essere trasferiti nella sede del coniuge o in quella più vicina. Mia moglie è arrivata a Montesilvano prima con comando e poi in mobilità. Nessun favore, dunque, ma facemmo domanda per un diritto previsto per legge. Inoltre mia moglie a Vigevano, dove era già comandante dei vigili dopo aver vinto un concorso, trasferendosi ha accettato condizioni più svantaggiose».
«Non ho mai minacciato Cantagallo né gli ho chiesto favori», ha ribadito l’ex capo della Mobile, «sarei stato stupido anche perché sapevo delle indagini in corso. Cantagallo mi chiese perché fossi lì e se poteva fare qualcosa per me, io dissi “assolutamente no”. Non avrei mai chiesto favori, non sono il tipo e non ne ho mai chiesti».

«HO PAGATO IL PREZZO PIU’ ALTO»
Nessuna traccia inoltre -ha fatto notare il poliziotto- di questa presunta minaccia nelle intercettazioni. Al termine della testimonianza Zupo ha ribadito tutta la difficoltà ed il peso di questa esperienza.
«Questa testimonianza è stata sofferta per me e per tutti i ragazzi che hanno lavorato», ha detto ,«perché nel momento in cui c’è qualcuno che mette in discussione tutto un apparato investigativo bisogna dare una risposta ed io non potevo mancare. Io sono stato il capo di questi uomini coraggiosi. Sono eroi questi ragazzi perchè hanno pagato con me il prezzo che nessun poliziotto è tenuto a pagare. Io ho pagato il prezzo più alto di tutti ma era giusto così. Dal 2006 sono torturato da questa vicenda. Quando vieni trasferito in un nuovo ufficio tutto il personale cerca su internet per vedere che faccia hai e chi sei. Su internet non si trova facilmente traccia delle cose che ho fatto e dei nemici potenti che mi sono creato, invece nei giornali on line, anche recenti, purtroppo si trova traccia solo di questa sporca storia».
Nicola Zupo ha poi ringraziato personalmente i suoi uomini che per tuto il giorno gli sono stati accanto ed hanno seguito la sua deposizione. Il processo Ciclone intanto continua e si avvia faticosamente a conclusione. La sentenza dirà quanto sarà servita questa “digressione” infamante smentita da documenti e testimoni.
Alessandro Biancardi