GIUSTIZIA

Matricida tenta suicidio in carcere: «resterà paralizzato» ma per il gip «può uccidere ancora»

Secondo i medici nessuna possibilità che recuperi l’uso di braccia e gambe

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Matricida tenta suicidio in carcere: «resterà paralizzato» ma per il gip «può uccidere ancora»
TERAMO. Valentino Di Nunzio, il ragazzo che nei giorni scorsi si è ferito nella sua cella nel carcere di Teramo è paralizzato.

«In gergo tecnico si dice tetraplegico», conferma il suo avvocato Isidoro Malandra, «volgarmente vuol dire che ha tutti e quattro gli arti paralizzati». Alle 14 di oggi il giovane di Manoppello -che nei mesi scorsi ha ucciso la mamma- è uscito dalla sala operatoria ma le speranze che possa tornare a camminare o usare le braccia «sono prossime allo zero». Lo annuncia proprio l’avvocato Malandra che negli attimi in cui il suo assistito stava subendo l’operazione ha ricevuto la notifica dell’ordinanza emessa dal Gip di Pescara, Gianluca Sarandrea, con cui vengono respinte le richieste dell’avvocato difensore e quelle del pm Salvatore Campochiaro.
Proprio quest’ultimo aveva sollecitato il gip ad esprimere parere sulle istanze di trasferimento del giovane presentate dal carcere di Teramo, lo scorso 13 febbraio, e chiedeva di trasferire il detenuto nell’ospedale Psichiatrico Giudiziario o in altro istituto penitenziario dotato di reparto psichiatrico.
Il giorno successivo il ragazzo si è procurato la gravissima lesione al midollo spinale gettandosi di testa dal letto a castello nella sua cella. Due giorni dopo l’avvocato Malandra ha presentato istanza di arresti domiciliari presso il Reparto di Neurochirurgia e aveva chiesto di consentire ai parenti di assistere Di Nunzio senza le limitazioni imposte dalla custodia carceraria.
Ma oggi è arrivato il no. Alle 14 Di Nunzio è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva, dovrà restare lì, piantonato dalla polizia. Fino al 28 febbraio prossimo il padre potrà far visita al ragazzo solo per un’ora, così come prevedono le regole per i detenuti. «E’ una situazione assurda», ripete l’avvocato Malandra. «Secondo il gip c’è ancora il rischio che Valentino reiteri il reato, c’è il rischio che ammazzi qualcuno nuovamente nonostante sia paralizzato. Il primario Lucantoni che lo ha operato ha espressamente escluso che il giovane possa tornare a muovere gli arti. Si può solo sperare in un miracolo. Il gip ha ignorato il certificato medico sottoscritto dal dottor Rosario Sepe, del Reparto di Neurochirurgia di Teramo, da cui risulta che «attualmente il paziente è tetraplegico (nessuna risposta motoria ai quattro arti)» evidenziando come non possa materialmente darsi pericolo di fuga né pericolo di reiterazione del reato».
Malandra aveva anche chiesto, trovando anche il consenso del pm, un accertamento peritale finalizzato ad accertare l’effettiva pericolosità sociale del Di Nunzio.
Ma il gip Sarandrea ha disposto la custodia cautelare presso il Reparto Psichiatrico dell’Ospedale di Teramo all’atto delle dimissioni dal Reparto di Neurochirurgia. «Questo abnorme ed insensato provvedimento», annuncia Malandra, «sarà immediatamente impugnato dinanzi il Tribunale del Riesame ma, dati i tempi tecnici, un’eventuale revoca dello stesso non potrà intervenire prima di sette-dieci giorni».
Nel frattempo al padre e ai parenti sarà impedito di assistere Valentino nella delicatissima fase post-chirurgica.
Nei primi giorni della prossima settimana saranno comunque presentati due esposti: il primo per chiedere che venga accertato cosa sia accaduto a Valentino Di Nunzio il 14 febbraio scorso nel carcere di Teramo ed il secondo per chiedere che si accertino eventuali responsabilità dello psichiatra che lo ha avuto in cura fino al giorno prima del delitto. Si vuole capire se il giovane avesse dato segnali di pericolosità o se, come aveva garantito il medico, non era da considerarsi socialmente pericoloso.
Ma se dal carcere di Teramo fonti interne parlano di un «incidente» (Valentino sarebbe scivolato casualmente e poi sarebbe anche risalito sul letto da solo) l’avvocato insiste che si sia trattato di un suicidio. «Quello che sostengo», spiega l’avvocato, «non è frutto di congetture ma di quanto esplicitamente e personalmente dettomi, nella mattinata del 15 febbraio e alla presenza del padre Fernando Di Nunzio, da un commissario del carcere di Teramo, dal medico di guardia presso il carcere, e da Rosario Sepe del Reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale di Teramo. Chiederemo quindi di accertare se e quali siano le responsabilità dei vari soggetti (giudici, medici, Dap, strutture penitenziarie) implicati nella vicenda perché quanto accaduto a Valentino Di Nunzio era tanto prevedibile quanto evitabile».