RIFIUTI

Inchiesta Re Mida, il Senato dovrà decidere sulle intercettazioni

L’inchiesta durata due anni è in fase di udienza preliminare

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Inchiesta Re Mida, il Senato dovrà decidere sulle intercettazioni
PESCARA. Alla fine il gup Luca de Ninis ha deciso di inviare gli atti al Senato per chiedere l’autorizzazione alla utilizzazione delle intercettazioni telefoniche.



Si tratta in totale di 17 telefonate che riguardano i senatori Pdl Fabrizio di Stefano e Paolo Tancredi.
Undici telefonate per il primo e sei per il secondo. Questo ha deciso il gup ieri nell’ennesima udienza preliminare relativa all’inchiesta sui rifiuti denominata Re Mida che ha portato in carcere l’ex assessore alla sanità Lanfranco Venturoni e l’imprenditore della spazzatura Rofoldo Valentino Di Zio oltre un anno e mezzo fa. Il giudice ha dunque accolto le istanze dei diversi legali i quali si appellavano proprio all’autorizzazione della Camera di appartenenza dei parlamentari e chiedevano addirittura l’inutilizzabilità delle chiacchierate. L’inchiesta è durate almeno due anni e conta una quarantina di faldoni: vengono contestati molti aspetti e fatti anche diversi tra loro. Da questa inchiesta poi sono nate ulteriori inchieste e stralci inviati a diverse procure. Nelle scorse udienze il gup ha deciso di dividere l’inchiesta e mandarne una parte a Teramo per competenza.
Così a Pescara rimangono i capi di imputazione che riguardano l’ex assessore alla Sanità Lanfranco Venturoni, i fratelli Rodolfo ed Ettore Ferdinando Di Zio, il senatore Di Stefano e l’allora amministratore delegato della Team di Teramo, Vittorio Cardarella, che devono rispondere, a vario titolo, di peculato e corruzione.
A Teramo sono arrivati i faldoni che riguardano il senatore Paolo Tancredi accusato di corruzione, l’ex amministratore delegato della Team Giovanni Faggiano, Sergio Saccomandi, Paolo Bellamio e Ottavio Panzone, accusati di abuso d’ufficio, e Luca Franceschini, che deve rispondere di turbata libertà degli incanti.

LE ACCUSE A DI STEFANO
Il senatore Di Stefano, secondo gli inquirenti, si occupava anche del Consorzio comprensoriale dei rifiuti di Lanciano, altro consorzio al quale partecipava una ditta della famiglia Di Zio, la Ecologica Sangro spa (partecipata al 95% dalla Deco).
Nel 2009 il presidente del consorzio Riccardo La Morgia aveva promosso una revisione delle tariffe affinchè i Comuni potessero pagare meno. Aveva anche proposto la realizzazione di un impianto di bio-compostaggio che, però, avrebbe comportato la diminuzione dei guadagni per le imprese degli imprenditori dei rifiuti che erano proprietari di un impianto dello stesso tipo in contrada Casoni a Chieti. Insomma, una concorrenza scomoda che avrebbe potuto portare grane e perdite economiche.
Gli inquirenti hanno scoperto che il 16 febbraio 2009 Rodolfo Di Zio avrebbe versato una somma di denaro contante e di importo «non accertato» e «non dichiarato» al senatore Di Stefano che si sarebbe adoperato anche per i suoi colleghi di partito.
Un aiuto simile Di Stefano lo avrebbe chiesto agli stessi imprenditori per aiutare un altro candidato di Napoli al Parlamento europeo, Crescenzio Rivellini (non indagato) la somma sborsata questa volta sarebbe di 20.000 euro che arrivano direttamente a Napoli. Secondo gli accertamenti della Procura, però, 5.000 euro ritornano subito indietro, attraverso un assegno al senatore che versa sul suo conto personale.
Dalle telefonate intercettate la Procura ha ascoltato come i Di Zio avessero offerto la più ampia disponibilità a Di Stefano nell'aiutare altri candidati di centrodestra «da specificare di volta in volta». Pieno sostegno. Ricevuti i favori e le presunte tangenti il senatore Di Stefano dal canto suo «ha più volte utilizzato la sua grande influenza politica di parlamentare ma volta a conseguire il fine illecito che avrebbe avvantaggiato gli imprenditori privati».
In un caso, per esempio, Di Stefano avrebbe fatto pressioni su Daniela Stati affinché sostenesse l'illegittimo commissariamento del consorzio comprensoriale di Lanciano così da mettere fuorigioco lo scomodo presidente La Morgia ed impedirgli la discussione dei punti all'ordine del giorno sull'abbassamento della tariffa e sull'impianto di bio-compostaggio che tanto infastidiva e preoccupava gli affari dei Di Zio.
Di Stefano, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe fatto da tramite per un rapporto privilegiato tra la Stati e Rodolfo Di Zio affinché modificasse la legge 45/2007 (modifica avviata con la delibera del 2 novembre 2009) affinché si creassero le condizioni normative per realizzare un inceneritore in Abruzzo e cioè abbassando la soglia del 40% di raccolta differenziata quale condizione per il via libera. Siccome la raccolta differenziata in Abruzzo non sfiorava nemmeno lontanamente il 40% occorreva una modifica alla legge per poter aprire la strada agli inceneritori.
In definitiva secondo gli inquirenti il senatore avrebbe «offerto e promesso l'uso strumentale dei propri poteri e della propria funzione di parlamentare» affinché la famiglia di imprenditori potesse «conservare il monopolio acquisito negli anni nella gestione dei rifiuti in Abruzzo ottenendo appalti all'affidamento diretto».
Anche Tancredi avrebbe fatto diverse pressioni, poi, per poter arrivare alla modifica della legge regionale che prevedeva la costruzione di inceneritori solo una volta superata la soglia minima del 40% di raccolta differenziata.
L’obiettivo come detto, realizzato in parte, era quello di abbassare tale soglia. L'impegno, dunque, della parte politica e degli amministratori in campo è chiaro, così come per gli inquirenti sono chiare anche le controprestazioni degli imprenditori.