VELENI E SILENZI

Tollo, la discarica della vergogna: sacchi pieni di scorie aspettano da 20 anni

L’area è bonificata ma nessun finanziamento per il trasporto

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Tollo, la discarica della vergogna: sacchi pieni di scorie aspettano da 20 anni

TOLLO. Una storia di ecomafia, di indifferenza, di inefficienza, di connivenze. Una vasta area tra le province di Chieti e Pescara per anni ha raccolto veleni di ogni tipo. Un discarica a cielo aperto in contrada Venna di Tollo (ex fornace Gagliardi).


Una vicenda molto simile a quella di Bussi dove per oltre 80 anni sono stati interrati veleni su un vasto terreno a due passi dal paese, la stazione e l’autostrada senza che nessuno se ne accorgesse.
Lo stesso è successo nell’area che sta tra Tollo, Miglianico e Francavilla dove camion giungevano anche da fuori regione per abbandonare i loro carichi di veleni.
Rifiuti industriali provenienti dal nord Italia e sversati nella città del vino. Il flagello del cancro non ha risparmiato giovani, né bambini. «L’area è bonificata non c’è pericolo», fa sapere il sindaco di Tollo, Angelo Gialloreto, ma 337 sacchi pieni di scorie sono lì che aspettano di essere portati via. Servono soldi per trasportarli altrove, smaltirli secondo la legge, e la Regione Abruzzo, più volte sollecitata, non si smuove. Non si è mossa mai in questi anni.
PrimaDaNoi.it ha cercato risposte tra i faldoni dell’Ufficio Tecnico del Comune per capire qual è, ad oggi, la situazione.
La storia inizia nel 1995. L’ agro del centro abitato di Tollo in contrada Venna diventa la meta preferita di camion provenienti dal nord Italia e nord Europa. Svariate tonnellate di rifiuti pericolosi vengono scaricati lì. Tra gli scarti, racconta l’inchiesta giudiziaria aperta dalla procura di Chieti e terminata alla fine degli anni ’90 e ripresa di recente del giornalista Gianni Lannes, «materiali altamente tossici». La mistura killer contamina suolo, sottosuolo e anche il torrente Dentalo, il fiume Foro ed il mare Adriatico. A rischio Tollo, Miglianico, Ripa Teatina, Ortona, Canosa, Francavilla al Mare.
Tra il 1995 ed il 1998 in quella zona si registra un’impennata di tumori (leucemie, cancri all’encefalo, alla vescica malformazioni, aborti spontanei), tipiche malattie associate ad esposizione a materiali e scorie di un certo tipo.
«Lo scarico dei rifiuti si faceva da queste parti, grazie ad un unico soggetto, Nicola De Nicola della Sogeri srl», svelerà in seguito l’allora capo della Procura della Repubblica di Chieti, Nicola Trifuoggi nell’audizione alla Commissione d’inchiesta parlamentare. De Nicola operò ininterrottamente dal 16 maggio 1995 fino al sequestro del sito da parte del Noe Carabinieri di Roma, il 2 febbraio 1996. La vicenda si chiude comunque senza colpevoli. Il sostituto procuratore Lucia Anna Campo, il 29 ottobre 2001, «rilevato che non è più necessario mantenere il vincolo posto che atteso il tempo trascorso non sarebbe neanche più possibile eseguire ulteriori prelievi ed analisi», dispose il dissequestro dell´area. I reati sono finiti in prescrizione ed i responsabili non hanno pagato. Negli anni successivi si procederà alla bonifica tra singhiozzi, pause ed interruzioni.

I SACCHI PRONTI DA ANNI
Oggi la situazione è sotto controllo, dice il sindaco di Tollo, Angelo Gialloreto a PrimaDaNoi.it ma appare chiaro che qualcosa non torna. I tempi non tornano. «L’ area è bonificata», rassicura il geometra Antonio Savini dell’Ufficio Tecnico del Comune, ma i sacchi aspettano ancora di essere portati in una discarica da almeno 4 anni. Nel 2000 la Regione stanzia 300 milioni di lire per una messa in sicurezza, raccolta e confezionamento dei big-bags (contenitori appositi per rifiuti pericolosi). Si tratta di lavori preliminari. Gli anni passano ma l’operazione bonifica non procede. Siamo nel 2007 e la Regione stanzia altri 587 mila euro. Destinataria la Provincia di Chieti, Ente attuatore Tollo. Il Comune fa un bando di gara l’8 ottobre 2007 ed affida i lavori all´impresa Ecologica Anzuca srl. Nella conferenza dei servizi convocata il 19.11.2008 si decide come procedere per la bonifica del sito. Dalle carte si legge che i rifiuti «verranno raccolti in big bags e viene scartata l’ipotesi interramento dei sacchi. D’altro canto la Regione si impegna a rimuovere i big bags». Impegno che non sarà mantenuto. La bonifica formalmente si conclude il 15 settembre 2009.

IMPEGNI NON MANTENUTI
La Regione più volte sollecitata dal Comune, non rimuoverà tutti i sacchi contenuti nei capannoni, né stanzierà fondi per il loro trasporto, come emerge dalle carte. I rifiuti sono destinati esclusivamente allo smaltimento mediante stoccaggio definitivo in discarica controllata. La prima richiesta del Comune di Tollo è del 19 dicembre 2008, giusto un mese dopo la conferenza dei servizi. Il Comune chiede all’Arta, alla Provincia ed alla Regione, un finanziamento per spostare «350 sacchi circa contenenti 500 tonnellate di rifiuti ed allocati provvisoriamente nei capannoni A e B». Il Comune fa una stima del costo dei trasporti pari a 509.400 euro e spiega che «non ha una disponibilità tale nel suo bilancio e non può contrarre un mutuo per far fronte alle spese». Il 15 gennaio 2009 il Comune torna alla carica e chiede nuovamente alla Regione, «stavolta in via d’urgenza», aiuti economici per il completamento della bonifica. Da lì più nulla: né altre richieste, né risposte.
Il sindaco Angelo Gialloreto dice di aver parlato più volte con l’ex assessore all’ambiente Daniela Stati e con quello attuale Mauro Di Dalmazio. 

CHE COSA C’E’ NEI SACCHI?
«I rifiuti si trovano per la massima parte interrati nella ex cava», recita una relazione tecnica sul contenuto dei big bags, «al lato destro del torrente Venna e per la parte rimanente sono contenuti in 337 big bags». Il documento parla di «alluminio, fanghi da lavorazione del cuoio (5.267.710 kg), scorie di fusione materiali non ferrosi (3.341,480 kg), scorie fusione materiali ferrosi (132.140 kg), alluminio presente come azoturo, piombo pari a 1.997 mg/Kg, berillio, arsenico, mercurio, tallio in concentrazioni elevate, ammoniaca cloruri eccedenti la norma e di due campioni tossici e nocivi».
Non c’è riferimento al tempo massimo di giacenza del materiale ma il documento dice chiaramente che i sacchi «sono posti in sicurezza provvisoria dentro i capannoni». In ogni caso la legge parla chiaro. Il decreto legislativo n° 4/2008 dice che il deposito temporaneo non può avere durata superiore ad un anno e la quantità depositata nel caso di rifiuti pericolosi non deve superare i 10 mc/anno.
Nella stessa relazione tecnica, poi, vengono citati i nomi delle ditte da cui provengono i rifiuti. Si tratta di aziende abruzzesi, marchigiane, lombarde, venete: Fonderie Farabolini(MC), Trafilerie meridionali (PE), Conceria Sacomar (AP), Cuoio Depur (PI), Siderchieti (CH), Porcellana Tumini (CH), Laaval Giulianova (TE), Cromar S. Martino, La Fargesi (AP), Sery Stile (CH), Zanimetalli, Madrigali, Icmet, Servizi Costieri (VE), Borgometalli Ghiraf (BS), Eural Gnutti (BS), Faro (PD), Fonderia Riva (MI), Metallurgia Adriatica (TE), Consortium (TE), Kersan (Civitacastellana).

«INTERRAMENTO CON L’ ARGILLA»
Secondo alcune testimonianze di chi è pratico della zona e la conosce molto bene però ci sarebbero ancora rischi.
«L’area non è affatto bonificata», spiega un testimone che dice di sapere come è stata effettuata la bonifica, «hanno interrato i rifiuti in questo modo: uno strato di argilla, uno strato di rifiuti e poi sopra uno strato d’argilla. Si può chiamare bonifica questa? Il resto è tutto nei sacconi che non hanno portato via».
«Ho lottato per far chiudere la discarica. Ho speso energia, sangue, tutto», aggiunge, «ora non mi importa più di nulla. Mi alzo al mattino e vado a lavorare per dar da mangiare a mia moglie e mia figlia. Non serve più a nulla parlarne. E’ inutile, qui si tratta di ecomafia».
Forse è vero, la storia è già conosciuta ma il silenzio, anche a distanza di anni, può diventare il complice perfetto.
Dopo la vergogna di aver trasformato l’Abruzzo in pattumiera verde d’Europa l’altra che contagia gli enti locali con amnesie e scuse di ogni genere. Ma estirpare questo cancro dalla nostra terra deve essere una priorità assoluta. Proprio come per Bussi.
Marirosa Barbieri