L'AQUILA

Processo Grandi rischi: «il rilascio dell’energia fu un falso»

Sentito come teste il professor Francesco Stoppa

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Processo Grandi rischi: «il rilascio dell’energia fu un falso»
L’AQUILA. «100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male».

E’ questa una delle frasi pronunciate da Guido Bertolaso nel corso di una conversazione telefonica intercettata con l’ex assessore regionale alla protezione Civile Daniela Stati. In pratica, spiegò l’allora capo della Protezione Civile, gli esperti lo avevano tranquillizzato e gli avevano spiegato che il continuo sciame sismico era per alcuni versi un aspetto positivo, dal momento che tante piccole scosse permettevano di liberare energia e sarebbe stata quindi meno probabile una scossa di forte intensità.

Ma questa visione delle cose, secondo il vulcanologo Francesco Stoppa, ascoltato ieri mattina in tribunale a L’Aquila nel corso del processo sulla commissione Grandi rischi, non corrisponde al vero. «Difficilmente un sismologo poteva ritenere opportuna questa dichiarazione che invece ho visto rilasciare in televisione. Questa dichiarazione ha aumentato la vulnerabilità del sistema e aumentato il rischio».

«Che lo sciame sismico dell'Aquila avesse scaricato energia ai fini della mitigazione di una scossa è un falso», ha detto l’esperto, già componente della commissione Grandi rischi negli anni 2000-2003, professore ordinario di Geochimica e vulcanologia all'Università D'Annunzio di Chieti

«Per scaricare una scossa di magnitudo 6 ce ne vogliono 30 di magnitudo 5 - ha aggiunto Stoppa - immaginate quante ce ne vogliono di grado 4, forse migliaia. Siccome non c'erano state, la faglia non aveva scaricato un bel niente». Parlando dei giorni antecedenti il 6 aprile del 2009, l'esperto vulcanologo ha sottolineato che «erano state prese misure, per esempio la rete gps era stata incrementata, segno concreto del fatto che scienziati e tecnici si aspettavano un'evoluzione concreta del fenomeno. C'erano parametri geofisici che facevano pensare che lo sciame stesse evolvendo».

Eppure gli aquilani in quei giorni venivano continuamente rassicurati. Alla sbarra sette tra scienziati dei terremoti e vertici della protezione civile nazionale; sono i componenti della commissione Grandi Rischi che, secondo l'accusa, non lanciarono l'allarme sottovalutando lo sciame sismico in atto da mesi: quei messaggi rassicuranti al termine della riunione che si svolse all'Aquila il 31 marzo 2009, cinque giorni prima della tragica scossa che causò la morte di 309 persone, per i pm non fecero adottare precauzioni alla popolazione.

Gli imputati sono 7: il vice capo della protezione civile, Bernardo De Bernardinis, Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Enzo Boschi, all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all'Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.