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UdA, ecco il ricorso al Tar per annullare selezione e nomina del nuovo direttore

La candidata esclusa elenca le censure alla selezione pubblica

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Il nuovo direttore Giovanni Cucullo

Il nuovo direttore Giovanni Cucullo

Il ricorso al Tar da parte di Daniela Rapattoni, la candidata esclusa dalla selezione per il nuovo direttore della d’Annunzio, è stato notificato nei giorni scorsi all’università - nella persona del rettore Franco Cuccurullo - ed alla Commissione giudicatrice.

CHIETI. Il ricorso al Tar da parte di Daniela Rapattoni, la candidata esclusa dalla selezione per il nuovo direttore della d’Annunzio, è stato notificato nei giorni scorsi all’università - nella persona del rettore Franco Cuccurullo - ed alla Commissione giudicatrice.
Ma non ancora al direttore amministrativo Giovanni Cucullo di cui si aspetta l’entrata in servizio in questi giorni. Un ricorso di 17 pagine, molto articolato, che contesta tutta la procedura attivata per trovare il sostituto di Marco Napoleone a partire dal decreto del rettore con cui è stata indetta la selezione per finire alle valutazioni della pre-selezione e della selezione finale. E che chiede quindi l’annullamento della mancata ammissione della ricorrente alla fase finale della selezione, dell’avviso pubblico per la ricerca di un dirigente generale e di tutte le conseguenti e correlate decisioni. In sostanza pare di capire che l’avvocato Pierluigi Pennetta, che difende la candidata esclusa, punta il dito sulla confusione con cui ha agito l’UdA: da una parte cerca il sostituto del direttore generale, poi mette in campo una serie di paletti per individuare un direttore amministrativo, quasi con un lapsus operativo che ricorda lo scontro sullo stipendio di Napoleone: il Ministero voleva ridurre il compenso ai livelli del direttore amministrativo, mentre i compiti assolti dall’ex d.g. erano molto più ampi e complessi e tali da giustificare il contratto più ricco.
Pronta la replica degli avvocati della d’Annunzio che sono orientati a sollevare il difetto di giurisdizione: la competenza non sarebbe del Tar, ma del Tribunale civile, in quanto i contratti sono di natura privatistica. Altrettanto pronta la controreplica: sarà pure così per i contratti, ma il concorso e le procedure sono di competenza del Tar, tanto che viene chiesto non l’annullamento del contratto di Giovanni Cucullo, ma delle procedure che hanno portato alla nomina del nuovo direttore. Non a caso infatti, nella vicenda dei 37 prof ordinari si è espresso il Tar che ha dato ragione all’UdA e torto al Ministero. Insomma una battaglia in punta di diritto che disorienta i tanti spettatori interni ed esterni alla d’Annunzio, chiamati ad una competenza da avvocati per dirimere questioni di diritto non proprio semplici.
La vicenda ha inizio subito dopo il licenziamento dell’ex dg, quando il Rettore pur potendo a norma di Statuto scegliere autonomamente il dg «sentito motivatamente il Senato accademico», decide di optare per una selezione pubblica che porti ad una rosa ristretta di tre nomi, da cui poi ha scelto l’attuale vincitore. Ma secondo la ricorrente proprio questa procedura, che pure ha il merito della trasparenza, è il tallone di Achille che mette in difficoltà oggi l’UdA per la confusione che si registra negli atti adottati.

«L’avviso pubblico – si legge nel ricorso - avvia una selezione per un profilo professionale diverso da quello previsto dalla normativa richiamata nell’avviso e contiene un’intima ed insuperabile contraddizione: è indetto un avviso per Direttore generale (d.g.) nelle forme di un concorso per Direttore amministrativo (d.a.)».
Tra l’altro al d.g., a norma di Statuto, è attribuito uno status giuridico diverso da quello del d.a.: infatti «è un organo dell’Ateneo con funzioni consultive in seno al Senato Accademico e deliberative nell’ambito del Consiglio di Amministrazione; partecipa alla formazione ed attua le direttive degli organi di governo, è a capo degli uffici e dei servizi dell’Ateneo, nonché del personale tutto, compreso quello dirigenziale, ed esplica una generale attività di direzione e controllo nei confronti del personale tecnico e amministrativo, incluso quello dirigenziale», ciò perché l’UdA ha optato nell’ultima stesura dello Statuto (nel 2005) per l’esclusione, dalla struttura organizzativa dell’Ateneo, del d.a. prevedendo in sua sostituzione la figura del d.g».
A sorpresa invece la selezione indetta cerca una professionalità (quella del d.a.) non prevista dallo Statuto. Del che sembra accorgersi il CdA quando, nell’approvazione del contratto di Cucullo, sostiene che la sua «posizione è assimilabile a quella del d.a. dell’Università».
 Insomma, se formalmente è nominato un d.a. di fatto viene nominato un organo dell’Ateneo con amplissima autonomia e potestà decisionale al quale sono affidate non solo l’attuazione, ma anche l’individuazione dell’indirizzo politico amministrativo dell’UdA.
Ma la confusione, secondo il ricorso, regna anche nei requisiti di ammissione. Mentre il bando sembrerebbe consentire la partecipazione non solo ai dirigenti, ma anche a quanti abbiano svolto attività funzionali per l’accesso alla dirigenza, e a quanti provengano dalla docenza universitaria, dalla magistratura o dai ruoli degli avvocati e procuratori dello Stato, l’articolo ai sensi del quale viene avviata la selezione limita la scelta del d.a. a coloro che abbiano acquisito la qualifica di dirigenti delle università, di amministrazioni pubbliche o private. Inoltre lo Statuto prevede che «l’incarico di d.g. è conferito a persona che sia dirigente dell’Ateneo, o di altra sede universitaria o di altra amministrazione pubblica o che sia in possesso dei requisiti previsti dalla legislazione vigente».
Sicché il possesso della qualifica di “dirigente” costituisce, comunque, un requisito essenziale previsto dalla legge, per la nomina del d.a., e dallo Statuto, per quella del d.g. di Ateneo.
«La circostanza che tale qualifica non sia posta come indispensabile requisito di ammissione – sostiene il ricorso - rende nulla non solo la singola clausola, ma l’intero bando di concorso». Tra l’altro c’è un errore macroscopico della Commissione giudicatrice quando attribuisce un punteggio a questo requisito che non doveva essere un titolo professionale, ma un pre-condizione per sbarrare l’accesso a chi non ne fosse dotato. Insomma uno sbarramento che non c’è stato.
Inoltre, nell’attribuzione dei punteggi alle diverse caratteristiche richieste, viene attribuito un punteggio fino a 20 (sui 70 complessivi) «alla qualificazione professionale e all’esperienza pluriennale nelle funzioni dirigenziali e cioè ad elementi che avrebbero dovuto essere richiesti per la ammissione, ma non viene effettuata dalla Commissione una valutazione ulteriore del possesso di tali elementi in misura o qualità superiore ad un minimo richiesto. E così per gli altri punteggi: insomma sembra che la Commissione indichi i punteggi da poter assegnare per ciascun requisito in modo che alcuni tra questi diventino assolutamente preponderanti, al punto da escludere assolutamente la rilevanza degli altri. Così viene notevolmente ristretta la cerchia dei favoriti, duplicando i vantaggi connessi ai medesimi profili del vissuto culturale e professionale di un singolo candidato».
Ci sono poi altre censure: il bando chiede la conoscenza dell’inglese, ma poi la valutazione di questo requisito non conta e passa la selezione anche chi ha solo una conoscenza “elementare”, la commissione viene nominata dal Rettore e non dal CdA, i nomi dei componenti non dovevano essere noti, e invece lo sono fin dall’inizio, la gestione della selezione farebbe acqua da tutte la parti, a cominciare dalla valutazione del curriculum dei singoli candidati. Il punteggio è infatti ondivago: si va dai 10 punti a chi è dirigente dal 1989, a 5 – ma anche 8 - se la data è dal 2000 e 7 per un candidato dirigente dal 1973.
 Tralasciando altri aspetti, si arriva al colloquio, definito «oscuro», visto che dal verbale si evince solo la presenza o l’assenza dei candidati, ma non le domande e le risposte, con una valutazione sommaria. In conclusione «l’avviso e la procedura di selezione sono state finalizzate a giustificare una scelta non realmente fondata sulla valutazione comparativa delle professionalità rappresentate dai candidati, ma attribuendo una preponderanza assoluta ad un solo elemento, peraltro non espressamente richiesto nel bando: quello che il nuovo d.g. dell’Ud’A avesse, per lungo tempo, rivestito la qualifica di d.a. di altro Ateneo. Emerge, da tutto ciò, la fondatezza del ricorso e la conseguente annullabilità».
 Per evitare ulteriori danni, la richiesta finale al Tar è di emettere un decreto “inaudita altera parte” per sospendere gli atti impugnati.

Sebastiano Calella