Erosione e ripascimenti, Stoppa: «creano disastri e ci guadagnano sopra»

Alessandro Biancardi

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Erosione e ripascimenti, Stoppa: «creano disastri e ci guadagnano sopra»
ABRUZZO. E’ il direttore del dipartimento delle Scienze della Terra dell’Università G.D’Annunzio di Chieti, Francesco Stoppa, a spiegare apertamente come e perché si sperperano milioni di euro in Abruzzo per ripascimenti e scogliere.





Una macchina da soldi - e anche di voti- ben architettata che da anni butta in mare finanziamenti pubblici, europei e regionali, per opere monche e spesso dannose.
Ma si continua senza una base scientifica, senza un piano integrato di gestione della costa, senza nessuno che guardi ad una soluzione definitiva.

Le parole d'ordine sono “emergenza” e “fondi”. Per fare cosa?
«Dichiarare guerra alla natura, danneggiandola e creando pericoli che prima non avevamo e c'è chi ci guadagna». Mentre ai cittadini non rimane altro che pagare. In tutti i sensi.

Quello che è stato fatto finora ha una base scientifica?
«Ci sono studi che non si pongono il problema se è giusto fare il ripascimento o meno, ma spiegano come si fa: studi geotecnici. Ovvero come costruire un grattacielo che non crolli, ma non si pongono il problema del dove e come. Poi ci sono gli studi sull'impatto ambientale, ma variano da zona a zona. Ora in Abruzzo non ci sono studi pubblicati su riviste specializzate e autorevoli. Da un punto di vista scientifico non sappiamo cosa succede a fare un ripascimento in Abruzzo: non c'è una ricerca scientifica alla base di questi lavori. Esistono dei progetti, degli studi sulle correnti e sull'erosione ma poi manca la connessione con le contromisure».

E allora perché si fanno i lavori?
«Perché i progettisti ci guadagnano. Anche i ricercatori implicati non si pongono il problema, dicono “facciamoli”. Queste sono opere altamente impattanti sull'equilibrio del mare e della costa, quindi possono solo produrre ulteriori disastri. Ora su questi disastri qualcuno ci guadagna. E' una gallina dalle uova d'oro. E'una catena di Sant'Antonio che non ha fine: mettiamo uno scoglio si crea un problema, ne mettiamo due e il problema raddoppia e anche i costi per noi, ma i guadagni per loro. Ogni abruzzese “paga” 200-300 euro per i ripascimenti».

A proposito di questo, nelle imprese (come la Modimar) lavorano molti professionisti che ricoprono anche ruoli in Università italiane (Roma, Bologna, L'Aquila) come professori o ricercatori. Secondo lei è un plus per l'azienda, come dicono loro?
«Molti ricercatori dell'Istituto di Bologna, l'Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, ndr), fanno consulenze per queste aziende poi però pubblicano su riviste studi che dicono cose completamente diverse da quelle scritte nei progetti. Quando ci sono i soldi di mezzo… Chi controlla non deve essere mai il controllato: ci vuole un controllo da parte di chi non ha nessun interesse a far passare quel progetto. Il suo macellaio le ha mai detto che la carne che vende è dura? Eppure la carne dura esiste! Un conto è la risposta che viene dal mondo accademico puro, un conto è quella del mondo accademico pagato. Ti pagano e devi dire quello che vogliono loro, altrimenti non chiamano te».

Se lei fosse al posto dei politici e dei direttori tecnici della Regione, cosa farebbe per risolvere il problema?
«Darei incentivi per una riqualificazione delle attività. Riclassificherei le attività della costa: cosa si può fare e in che modo tenendo conto che la costa è un elemento mobile e noi non possiamo modificare questa cosa. Ci vorrebbe una riconversione e un riutilizzo della costa in maniera sostenibile perché siamo di fronte ad un fenomeno inarrestabile. Io sono assolutamente contro il tipo di intervento rigido (scogliere, pennelli, ripascimenti), ma prediligerei un intervento che tenga conto della dinamica del mare».

In parole povere, per chi non è del campo, come li spiegherebbe?
«Basta che le persone si siedano anche un'ora di fronte al mare per osservare. La risposta viene dal mare: come sposta la sabbia, basta vedere che è vivo e sempre in perpetua modificazione. Se non rispettiamo la natura e continuiamo a fare questi interventi è come dichiarare guerra al mare. Sappiamo tutti cosa può fare il mare: tsumani, erosione, tempeste. Non si può affrontare il mare con secchiello e paletta e nemmeno con i caterpillar. Una mareggiata si rimangia tutto il lavoro di un anno. Basta parlare con la gente che vive al mare».

Cosa direbbe ai balneatori che per rispettare la natura vedrebbero la loro spiaggia diminuita?
«Ai balneatori bisogna dire che hanno a che fare con la natura: è inutile che pretendono di cambiarla. Inoltre spesso questi ripascimenti vengono fatti con materiali inquinati che danneggiano la salute dei bagnanti: prima o poi qualcuno tra i bagnanti si porrà i problema e ci sarà un crollo del mercato. Anzi già c'è».

Possiamo stare tranquilli su eventuali danni ambientali per opere di ripascimento, come dice l'assessore regionale Mauro Febbo?
«Intanto il prelievo di sabbia nei siti scelti provoca danni sia sulla fauna, sia dal lato dell'erosione. Se noi prendiamo del materiale, poi il mare cerca di riparare, quindi si riprende la propria sabbia: si crea un disequilibrio. Il rispascimento è un palliativo di breve durata. Non si fa un'analisi dei costi-benefici e inoltre scientificamente l'idoneità dei sedimenti usati non è ben accertata sia dal punto di vista della dimensione della grandezza dei granuli che composizionale. I sedimenti usati spesso mobilitano o contengono inquinanti (diossina, metalli pesanti, etc). Le scogliere, poi, provocano altri danni tra cui anche la formazione di alghe tossiche che ora sono diventate endemiche nel nostro mare perché si sviluppano “in acqua calda” che non circola. Insomma stiamo creando una serie di pericoli che prima non esistevano perché stiamo sbagliando in Abruzzo».
E si sbaglia acaro prezzo rischiando di deturpare una delle poche ricchezze che ancora ci resta.
«Rispettare la natura non è una ideologia ma è una nostra convenienza» conclude il professor Stoppa.

Manuela Rosa 26/01/2010 12.34

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