Acqua e nucleare, la Corte Costituzionale frena le Regioni

Alessandro Biancardi

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ROMA. In meno di due giorni due importanti pronunciamenti della Consulta hanno segnato il cammino futuro indue importantissimi campi segnati da lotte popolari e dubbi: l’acqua ed il nucleare.

La Corte Costituzionale ha rigettato, dichiarandoli infondati o inammissibili, i ricorsi presentati dalle Regioni Puglia, Liguria, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Marche riguardanti diverse norme del decreto Ronchi sui servizi pubblici locali, in particolare sulla privatizzazione dei servizi idrici. La Consulta - con una articolata sentenza di 136 pagine, scritta dal giudice Franco Gallo - ha escluso che sia stata lesa la competenza regionale residuale in quanto «le regole che concernono l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, ivi compreso il servizio idrico, ineriscono essenzialmente alla materia 'tutela della concorrenza', di competenza esclusiva statale».

 La Corte, nella sua lunga sentenza, si richiama a precedenti decisioni per rilevare che, per quanto riguarda lo specifico settore del servizio idrico integrato, «la normativa riguardante l'individuazione di un'unica Autorità d'ambito e la determinazione della tariffa del servizio secondo un meccanismo di 'price cap' attiene all'esercizio delle competenze legislative esclusive statali nelle materie della tutela della concorrenza (art. 117, secondo comma, lettera e della Costituzione.) e dell'ambiente (art. 117, secondo comma, lettera s), materie che - viene sottolineato - hanno prevalenza su eventuali competenze regionali, che ne risultano così corrispondentemente limitate».

 E questo perché - spiega la Corte - «tale disciplina, finalizzata al superamento della frammentazione della gestione delle risorse idriche, consente la razionalizzazione del mercato ed è quindi diretta a garantire la concorrenzialità e l'efficienza del mercato stesso», come già stabilito da precedenti decisioni della Consulta. Ed infatti, nella sentenza n. 246 del 2009 «é stato ulteriormente precisato che la forma di gestione del servizio idrico integrato e le procedure di affidamento dello stesso, disciplinate dall'art. 150 del decreto legislativo n. 152 del 2006, sono da ricondurre alla materia della tutela della concorrenza, di competenza legislativa esclusiva statale, trattandosi di regole» che - ricorda la Corte - sono «dirette ad assicurare la concorrenzialità nella gestione del servizio idrico integrato, disciplinando le modalità del suo conferimento e i requisiti soggettivi del gestore, al precipuo scopo di garantire la trasparenza, l'efficienza, l'efficacia e l'economicità della gestione medesima».

IL NUCLEARE

«Non e' immaginabile che ciascuna Regione, a fronte di determinazioni di carattere evidentemente ultraregionale, assunte per un efficace sviluppo della produzione di energia elettrica nucleare, possa sottrarsi in modo unilaterale al sacrificio che da esse possa derivare, in evidente violazione dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale».

 E' sulla base di questo principio che la Corte Costituzionale ha bocciato le leggi regionali con cui Puglia, Basilicata e Campania avevano vietato l'installazione sul loro territorio di depositi di materiali e rifiuti radioattivi, nonché di impianti di produzione, fabbricazione, stoccaggio dell'energia nucleare e del combustibile. La Consulta - si legge nella sentenza n.331 scritta dal vicepresidente Ugo De Siervo e depositata oggi in cancelleria - ha dichiarato l'illegittimità delle norme regionali in quanto esse hanno invaso la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema (art.117, secondo comma, lettera s) per quanto riguarda il settore dell'energia nucleare e dei rifiuti radioattivi. Ciò non toglie - afferma la Corte - nella localizzazione degli impianti e dei depositi nucleari sia necessaria l' «intesa tra lo Stato e la Regione interessata»; tuttavia, «la disciplina di queste forme collaborative e dell'intesa stessa spetta (...) al legislatore che sia titolare della competenza legislativa in materia».

 E dunque al legislatore statale.

La Consulta ricorda di aver già «evidenziato la necessità di garantire adeguate forme di coinvolgimento della Regione interessata» quando nel luglio scorso rigettò i ricorsi di 10 Regioni (Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Lazio, Calabria, Marche, Emilia Romagna e Molise) che avevano impugnato la legge delega 99 del 2009 con cui il governo ha fissato i principi generali per il ritorno del nucleare in Italia.

«Va poi da sé - aggiungono i giudici costituzionali - che le scelte così compiute» dal legislatore statale «potranno essere sottoposte al vaglio di costituzionalità che spetta a questa Corte, ove ritenute non rispettose dell'autonomia regionale». Ma - sottolinea la Consulta - «in nessun caso, la Regione potrà utilizzare la potestà legislativa allo scopo di rendere inapplicabile nel proprio territorio una legge dello Stato che ritenga costituzionalmente illegittima, se non addirittura dannosa o inopportuna». Le Regioni potranno dunque impugnare davanti alla Consulta il decreto delegato n.31 del 2010 in cui si indicano le aree che potranno essere scelte dagli operatori per la costruzione delle prossime centrali nucleari, ma non possono preventivamente vietare con legge regionale l'installazione degli impianti sul loro territorio.

18/11/2010 8.46