Un fiume di denaro dall’Abruzzo per la sanità delle altre Regioni

Alessandro Biancardi

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OSPEDALE DI CASOLI

OSPEDALE DI CASOLI

ABRUZZO. Che risparmio è tagliare i piccoli ospedali o i servizi sul territorio perché siamo troppo indebitati e continuare a pagare le altre Regioni per le prestazioni sanitarie fornite ai cittadini abruzzesi in trasferta?

 

Fa un certo effetto scoprire oggi che i dati sulla mobilità passiva (cioè gli abruzzesi che si vanno a curare altrove in Italia) sono cresciuti in maniera incontrollata, quasi un effetto collaterale automatico della chiusura degli ospedali pubblici e dei tagli al budget delle Cliniche private. I dati finalmente resi noti, con mesi e mesi di ritardo, ci dicono intanto che l’Abruzzo non riesce a soddisfare le richieste dei suoi cittadini e che la Regione, invece di incentivare e migliorare la sanità sul suo territorio, preferisce far guadagnare le Marche, il Lazio, l’Emilia-Romagna e la Lombardia con la mobilità passiva.

Ci dicono poi che nulla è stato fatto per limitare questo fiume di denaro sottratto alle casse regionali: decisionismo si, ma solo per tagliare la sanità abruzzese. A dire il vero, ad inizio estate il sub commissario alla sanità aveva promesso accordi di confine con le regioni limitrofe per limitare i danni, ma solo il 9 ottobre fa sapere che sono in corso trattative con il Molise, le Marche, il Lazio e la Puglia. Il mistero però è un altro e nasce dall’elenco delle patologie più gettonate che provocano queste emorragie non di poco conto: le malattie ortopediche e cardiologiche ci costano rispettivamente 25 e 18 milioni di euro.

Dunque sono poca cosa i risparmi ottenuti chiudendo i piccoli ospedali e stranamente si preferiscono le proteste bipartisan sul territorio ai tagli della mobilità passiva verso le altre regioni. Insomma risparmio a tutti i costi quando si tratta di tagliare in Abruzzo, un fiume di denaro per l’esodo sanitario verso le altre Regioni. A meno che, scavando tra le mete più ricorrenti del “turismo” sanitario, non si scoprisse che a fare la parte del leone in questo lauto banchetto sono quei grossi gruppi privati che di fatto si giovano delle inefficienze o delle insufficienze (vere o create ad arte) del sistema sanitario abruzzese, sia pubblico che privato. Perché è stupefacente - ed anche un pò contraddittorio - assistere al balletto “Cardiochirurgia sì-Cardiochirurgia no” a Chieti e poi vedere che qui si fanno trapianti più avanzati di quelli tanto celebrati al Bambin Gesù di Roma e che le malattie cardiologiche sono in testa ai viaggi della speranza. Come sono altrettanto incomprensibili il taglio della mobilità attiva imposta alle cliniche private (avrebbero recuperato un pò di soldi al sistema) ed il mancato rispetto della promessa di far recuperare loro parte della mobilità passiva. All’epoca della firma dei contratti con la Regione, gli imprenditori della sanità privata accettarono i tagli al budget solo per la promessa di recuperare una parte della mobilità passiva. Cosa che non è avvenuta sia per il ritardo nella comunicazione dei dati (il che fa pensare che ormai il 2010 è perduto) sia per una strana impostazione della questione: mentre le cliniche chiedevano i Drg più costosi, i dati proposti erano quelli sui Drg più richiesti.

Come dire: “vi possiamo far operare più appendiciti che cuore e cervello. Su questi si debbono arricchire le altre regioni”. Insomma tutto sembra convergere su un sospetto: che in questo caos vero o creato nella sanità abruzzese, a guadagnarci sono pochi cacciatori appostati sul confine. Aspettano tranquilli che passi il malato abruzzese in cerca di quella sanità che in Abruzzo ormai  viene compressa. Impallinarli è un gioco da ragazzi.

Sebastiano Calella  19/10/2010 9.12

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