Bufera sulla Menarini, «truffa da 860 mln per i farmaci d’oro»

Alessandro Biancardi

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ROMA. Truffa ai danni dello Stato per 860 milioni di euro: nel mirino della Procura di Firenze c’è la Menarini, prima casa farmaceutica d’Italia.

ROMA. Truffa ai danni dello Stato per 860 milioni di euro: nel mirino della Procura di Firenze c’è la Menarini, prima casa farmaceutica d’Italia.

La società ha uno stabilimento anche a L’Aquila e dopo il sisma del 6 aprile 2009 è riuscita a riaprire i battenti del sito a tempi record. Già nel 2008 la casa farmaceutica aveva rinnovato l’accordo con l’altra ditta del farmaco, la Dompè, per la realizzazione di uno dei poli farmaceutici più grandi dello stivale proprio nel capoluogo di regione. Un accordo di vecchia data, partito nel 1993 grazie al quale la Menarini ha utilizzato lo stabilimento aquilano della Dompè. Ma la notizia ‘’esplosa’’ nei giorni scorsi con  un articolo de L’Espresso firmato da Lirio Abbate è tutta un’altra storia e secondo quanto emerge dal settimanale gli 860 milioni indebitamenti sottratti alle casse dello Stati sarebbero «il frutto della ‘’cresta" su soli sette farmaci blockbuster del catalogo Menarini. Il calcolo sul resto è ancora in corso».

 Secondo quanto riporta Abbate la procura di Firenze «è convinta di avere le prove per processare» Aleotti (Alberto, oggi 88 anni) insieme ai figli Lucia (che oggi ha preso in mano le redini della società) e Giovanni. Gli ultimi due sarebbero «accusati solo di riciclaggio». Nell’inchiesta ci sono anche  «altre 12 persone fra collaboratori della Menarini, manager e avvocati stranieri». «Questo comitato», si legge ancora nell’articolo, «avrebbe portato all'estero un tesoro pari a un miliardo e 200 milioni di euro: fondi sequestrati dai pm Luca Turco, Ettore Squillace e Giuseppina Mione».

Gli inquirenti credono che il pompaggio dei farmaci sia proseguito «per trent'anni, e sarebbe ancora in corso». «L'unico pericolo per questa fabbrica d'oro», va avanti l’articolo, «sarebbe arrivata quattro anni fa, quando le Regioni alle prese con la crisi hanno cominciato a preferire i farmaci generici rispetto a quelli brevettati. Allora Alberto Aleotti è sceso in campo con la figlia Lucia per creare una lobby anti-pillole low cost. La Menarini», ricorda Abbate, «già nel 1995 aveva lanciato una campagna di stampa contro la politica del governo sul prezzo dei medicinali: gli Aleotti acquistarono pagine dei quotidiani minacciando di trasferire l'azienda in Germania. Invece la società non si è mai mossa da Firenze, continuando ad aumentare fatturati e moltiplicare sedi in tutto il mondo».

L’INTERVENTO DELLA POLITICA

Sempre secondo quanto emerge dall’articolo del settimanale la truffa del pompaggio dei rimborsi sarebbe stata possibile  «grazie alla mediazione dell'ex sottosegretario» e «ai doni ai politici Pdl».

Proprio la Menarini, annota Abbate, «nella campagna elettorale del 2008 ha finanziato con 400 mila euro 54 candidati del Pdl, tutti eletti: in media 7.400 euro a testa. Nel marzo 2009 il "cavalier Menarini" passa all'incasso e cerca di fare introdurre un emendamento che protegga gli utili della ditta dai tagli delle Regioni. Per questo si allea con una sua vecchia amica, Maria Angiolillo (deceduta nel 2009. Ndr) che - secondo le intercettazioni dei carabinieri del Nas - riesce a spalancare le porte degli uffici di ministri, parlamentari e in particolare del sottosegretario Gianni Letta».

Gli inquirenti, riferisce ancora Abbate, ritengono che l'Angiolillo venisse ricompensata per il suo sostegno alla casa farmaceutica. In due delle telefonate intercettate sollecita Aleotti a consegnarle "libri", che per i carabinieri potrebbe invece essere una somma di denaro».  La questione chiave però è il prezzo dei farmaci. «Grazie all'appoggio decisivo di Berlusconi», si legge ancora su L’Espresso, «l'emendamento voluto da Aleotti passa al Senato. E' lo stesso premier che lo conferma al patron della Menarini durante una cena». L’emendamento viene poi bocciato perché ritenuto «poco vantaggioso» per le casse pubbliche.

«Ma la famiglia Aleotti», continua Abbate, «per sostenere il prezzo dei suoi prodotti aveva lanciato un'offensiva in grande stile: oltre Berlusconi, Letta, Scajola e Cursi dall'inchiesta emergono anche contatti e pressioni sui ministri Matteoli, Fitto, Sacconi, e la moglie di quest'ultimo Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria; sui sottosegretari Raffaele Lauro e Luigi Casero. Pressioni anche su Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato; Massimo Goti, ex capo dipartimento allo Sviluppo economico; Mario Scino, avvocato dello Stato e coordinatore dell'ufficio legislativo e su Luigi Mastrobuono, capo di gabinetto dello stesso dicastero». 23/11/2011 10:21

L’ARTICOLO DI LIRIO ABBATE