Vita da trans: gli stereotipi, il dramma, una storia

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Manuela di Cesare è la terza transessuale uccisa nel 2007 in Italia. Nel 2006 sono stati 30 gli omicidi che hanno colpito uomini e donne che hanno affrontato o stavano per "transitare" da un sesso all'altro. L'omicidio (ancora irrisolto) ha riportato indignazione tra i trans dell'Abruzzo che parlano ancora una volta di emarginazione e discriminazione. LA STORIA: «MARIA: UN PADRE ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ»

PESCARA. Manuela di Cesare è la terza transessuale uccisa nel 2007 in Italia. Nel 2006 sono stati 30 gli omicidi che hanno colpito uomini e donne che hanno affrontato o stavano per "transitare" da un sesso all'altro. L'omicidio (ancora irrisolto) ha riportato indignazione tra i trans dell'Abruzzo che parlano ancora una volta di emarginazione e discriminazione.


LA STORIA: «MARIA: UN PADRE ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ»


«Tutti i quotidiani locali, ed anche alcuni nazionali», ha dichiarato nelle ultime ore l'associazione Jonathan, Diritti in movimento, l'associazione nata a Pescara nel 2001 che intende affermare i diritti negati del popolo gay, lesbico, bisessuale e transessuale, «hanno utilizzato una terminologia che sta ad indicare quanta ignoranza e quanta discriminazione ancora esistono verso persone che, loro malgrado, si trovano a vivere una situazione di disagio sociale, di solitudine e di emarginazione».
Del mondo dei transessuali si sa poco, molto poco, e spesso la parola viene distorta, utilizzata male, vista come sinonimo di "prostituzione", come qualcosa di sporco e deplorevole.

LE DEFINIZIONI

Riuscire a superare indenni il lungo percorso di crescita psicologica -dalla dolorosa scoperta, alla sua accettazione e alla faticosa convivenza- è la croce di quanti si definiscono omosessuali e transessuali.
E spesso quanti si definiscono "normali" ignorano o fanno confusione tra i drammi e le scelte personali. Meglio cercare di fare chiarezza.
Omosessuale è il modo di relazionare il proprio corpo con quello dell'altra persona dello stesso sesso.
Transessuale è, invece, un fenomeno di genere, tutto personale, che riguarda il concetto dell'io, dove il sesso assegnato dalla natura non corrisponde a quello "percepito" dalla coscienza della persona (l'uomo si sente donna). Il transessuale per definizione non è operato ma "sta transitando nell'altro sesso".
Diverso il caso degli ermafroditi (intersessualità) che è questione anche fisica di commistione dei sessi (uomo e donna insieme).
I travestiti sono invece gli uomini che amano vestirsi da donna (ma possono anche non essere transessuali).
Le barriere sociali e culturali portano alla emarginazione delle diversità ed è la difficoltà di inquadrare se stessi e di collocarsi nella società che spesso obbliga alla prostituzione, come aveva raccontato Manuela Di Cesare dieci anni fa, quando fu costretta a vendere il suo corpo perché nessuno era disposta a affidarle un lavoro.

JONATHAN: «COMBATTIAMO PER I DIRITTI DEI DIVERSI»

«Manuela in realtà non era una "transessuale" ma una donna a tutti gli effetti, avendo già affrontato tutto il processo di transizione fino ad arrivare all'intervento chirurgico per la cosiddetta "riassegnazione sessuale" e al conseguente cambio di identità sui documenti», sostiene l'associazione Jonathan, che la conosceva.
Secondo l'associazione, che tutti i giorni tenta di far uscire allo scoperto la diversità di chi vive nel segreto e nella paura «la mano grondante di sangue non è solo una, quella dell'assassino, ma sono tante quanti sono i pregiudizi, le cattiverie, l'emarginazione e l'isolamento che alcune persone, a causa del loro orientamento sessuale o di genere, sono costrette a subire».
«Noi Manuela la conoscevamo», raccontano ancora. «Si era rivolta alla nostra Associazione per parlare di sé, per partecipare attivamente alle nostre iniziative. Manuela si è rivolta a noi anche per essere aiutata a cercare un lavoro "normale": era stanca di prostituirsi e non sapeva come fare per modificare ancora una volta il suo cammino di vita».
Ma nessuno le aveva dato un lavoro e quella era rimasta l'unica alternativa.
«Ci parlava della sua famiglia, del bel rapporto che aveva con suo padre che, diceva, aveva assistito in una lunga malattia che l'aveva portato alla morte. Ci ha parlato della sua laurea, dei suoi studi e delle sue letture. Noi abbiamo conosciuto Manuela trans, donna, prostituta ma soprattutto persona. E' per lei e per tutte le persone come lei che continueremo la nostra lotta».
L'associazione si batte da anni perché anche l'Italia possa mettersi al passo con il resto del mondo e concedere quei diritti costituzionali che per ora non sono riconosciuti agli omosessuali.
«Non si parla affatto di matrimonio ma di segregazione, ghettizzazione, paura e razzismo e a quella distanza precauzionale dell'etero verso le diversità».
«La verità è che è molto difficile far passare i nostri messaggi», dicono, «siamo censurati, persino le istituzioni ci ignorano: se scriviamo non ci degnano di una risposta. Attendiamo una risposta chiara dal sindaco ma al telefono non risponde. I contributi regionali? Per tutti ma non per noi».

LA STORIA: «MARIA: UN PADRE ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ»

Alcuni mesi fa avevamo raccolto la storia di un transessuale abruzzese, incontrandolo nel pieno momento del suo passaggio da uomo a donna, dopo un matrimonio "normale" e due figli.
Sei anni fidanzato con una «bellissima ragazza», poi a 21 anni il matrimonio, il primo figlio e poi il secondo.
A 26 la separazione e la scoperta di sé. Per un po' di tempo era riuscito a tenersi stretto un lavoro, poi perso quando i sospetti e la discriminazione del capo erano diventati più forti di tutto. E allora è arrivato il licenziamento.
«Soltanto oggi posso dire con certezza che quello che provavo non era amore», aveva raccontato non senza imbarazzo, «la vita da fidanzato, prima, e da marito, poi, era una sofferenza. Agli obblighi di coppia provavo a sottrarmi il più delle volte. Più che amore era complicità come fra due amiche. Allora però non avevo le idee chiare come oggi».
E poi arrivò il coming out: in italiano "venire fuori", in pratica «uno sputtanamento».
«Stavo troppo male e sentivo di non vivere la mia vita. Oggi almeno so per certo chi sono, dopo tanto tempo. E so che il percorso è ancora lungo. In ogni caso non vorrei rimanere sola. La mia più grande paura è quella di non riuscire più a trovare l'amore».
Ed essere transessuale vuol dire anche crescere in un corpo che non si
accetta: «Io non riconosco il mio corpo così com'è. Fin da bambino ricordo che poco dopo i 6 anni mi piaceva provare i vestiti di mamma, facevo la pipì seduta sul water, poi con l'adolescenza ho capito di essere diverso. Carnevale? Il giorno più bello. Pensavo di essere l'unico al mondo, di essere sbagliato. Così ho cercato, per quanto ho potuto, di non deludere chi mi voleva bene. Per questo ho finito per sposarmi mi sono lasciata trasportare. Credevo di potercela fare.
Invece la vita non è fatta per reprimere».
E poi ci sono stati i problemi con i genitori, degli amici persi quando hanno saputo, dell'ira della moglie che non voleva ammettere a se stessa la verità sempre sospettata, dell'amore per i suoi figli, del primo amore («al militare»), delle cotte represse per qualche amico.
E il lavoro è uno dei fronti più dolorosi: «Il mio datore di lavoro sospetta ma temo che sarò licenziata nel caso dovesse avere la certezza. Una volta operata dovrò per forza cambiare occupazione: questa è già troppo faticosa per le cure di ormoni che sto facendo. E poi spero di trovare un impiego consono alla mia nuova condizione di donna».


26/04/2007 9.06