«Brutta sorpresa nell'uovo» per Legambiente: la riapertura della Ciaf

Alessandro Biancardi

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ATESSA (CH). «Un'autorizzazione data alla chetichella», secondo i vertici cittadini dell'associazione ambientalista. «Sono stati lesi i diritti elementari di democrazia nella gestione dei beni comuni» L'OPERAZIONE MARECHIARO - IL CIAF SI DIFENDE - LA PREOCCUPAZIONE DI COSTAMBIENTE 
E' passato appena un anno dall'operazione "Mare chiaro", che il 13 marzo 2006 portò all'esecuzione di 16 arresti e 62 denunce da parte del Gip del Tribunale di Lanciano, Ciro Riviezzo, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti pericolosi ma oggi, denuncia Legambiente, «tutto sembra archiviato».
«In quei giorni», ricorda adesso Maurizio Calabrese, presidente del Circolo Legambiente Atessa, «la Regione Abruzzo aveva sospeso l'autorizzazione all'impianto Ciaf per 6 mesi perché l'Arta aveva verificato degli sforamenti dei limiti di emissioni in atmosfera, trovato dei rifiuti che venivano trattati senza autorizzazione e rilevato elevatissimi valori di concentrazione di metalli pesanti in pozzi contigui all'impianto».
Le manifestazioni di protesta e gli incontri promossi da Legambiente per focalizzare sul territorio della Val di Sangro l'attenzione degli Enti preposti alla tutela dell'ambiente, però, oggi appaiono vane.
«Le promesse fatte all'epoca dall'assessore Franco Caramanico», prosegue Calabrese, «di massima attenzione e ampia partecipazione popolare alla scelte in merito alla pianificazione ambientale sono state disattese».
«La nostra Regione», continua Luzio Nelli, presidente del circolo Legambiente di Paglieta – ha conosciuto nell'ultimo anno una vera e propria escalation di fenomeni eco-criminali legati allo smaltimento illegale dei rifiuti. Alla luce di questi fatti e degli impegni disattesi chiediamo che vengano rispettati i diritti democratici elementari di partecipazione dei cittadini nella gestione dei beni comuni. È assurdo che dopo le vicende della Ciaf neanche il comune di Atessa sia stato coinvolto nella revoca della sospensione».
Ecco perché Legambiente chiede l'istituzione di una commissione d'inchiesta regionale e propone all'attuale commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti di attivare una specifica indagine sui fatti abruzzesi.

LE PERPLESSITA'

«Suscita perplessità – aggiunge inoltre Calabrese – anche l'episodio di cui sono stato protagonista alcuni giorni fa. A regolare richiesta di accesso agli atti con cui la Regione Abruzzo autorizza nuovamente l'impianto Ciaf ad operare, mi è stato risposto verbalmente che il Servizio Gestione Rifiuti avrebbe deciso entro 30 giorni se concedere o meno l'accesso. Oltre al danno la beffa. È noto, infatti, che per presentare eventuale ricorso al Tar, contro il provvedimento regionale, i termini scadono proprio entro 30 giorni».
Sapendo che il provvedimento va notificato, per legge, anche al Comune, la richiesta di accesso agli atti è stata inoltrata all'ente locale. «E qui scopro, con una certa sorpresa – continua Calabrese - che la determina di autorizzazione regionale è addirittura datata 28 febbraio 2007 e all'ufficio protocollo del Comune di Atessa è arrivata solo un mese dopo, esattamente il 27 marzo u.s. Come mai questo ritardo?».
«Ci saremmo aspettati – dichiarano Calabrese e Nelli – che alle promesse dell'assessore avrebbe fatto seguito un coinvolgimento reale dell'associazione nell'intero iter procedurale per l'eventuale riapertura dell'impianto, ma tutto è stato fatto alla chetichella". Mentre il Piano regionale dei rifiuti viene concertato con gli attori del territorio (associazioni, sindacati, ecc.), nel momento in cui bisogna autorizzare impianti che possono compromettere la salute dei cittadini gli Enti procedono a porte chiuse».
Ad una prima lettura del provvedimento autorizzativo, ci sono vari elementi che giustificano un ricorso. «Il primo – dichiara Calabrese – è senz'altro il fatto che l'impianto, nonostante sia assoggettato a valutazione di impatto ambientale da parte del Ministero dell'ambiente (che dal 2003 non si è ancora espresso in merito) e rientri nella normativa 'Seveso', sia stato autorizzato a riprendere l'attività. Tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere fatto. Ovvero, prima valutare se l'impianto è compatibile con l'ambiente e se garantisce il massimo livello di sicurezza e poi, eventualmente, concedere l'autorizzazione».
11/04/2007 12.29