Omicidio operaia polacca Malgorzata: assolto il marito Doriano Paolini

Alessandro Biancardi

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TERAMO. Assolto Doriano Paolini. Assolto per non avere commesso il fatto. L’operaio di Corropoli, accusato di avere ucciso la moglie polacca Marzanna Malgorzata, è stato scagionato da ogni accusa. La Corte D’Assise, riunita ieri mattina al Tribunale di Teramo, ha respinto le istanze del Pubblico Ministero David Mancini che aveva chiesto l’ergastolo e ha disposto la sua immediata scarcerazione. Torna dunque in libertà dopo 21 mesi di prigione. Era stato infatti arrestato dai Carabinieri di Corropoli su richiesta del magistrato il 29 giugno del 2005 con l’accusa di omicidio.
Sua moglie, Marzanna Malgorzata, era stata ritrovata cadavere il 6 marzo in un laghetto vicino Corropoli, brutalmente massacrata con oltre trenta coltellate. E fin dall'inizio l'operaio era stato il principale e poi unico indiziato.
Nel corso dell'inchiesta erano emersi alcuni elementi nei suoi confronti, poi sottolineati con forza dallo stesso titolare delle indagini, David Mancini.
La tesi accusatoria era basata interamente sulla testimonianza del vicino di casa di Paolini, Massimo Riccardi. Il testimone, il giorno della scomparsa dell'operaia polacca, il 28 febbraio, aveva visto l'uomo nei pressi del Mercatone a Colonnella e, all'interno del parcheggio, un'autovettura simile a quella della moglie.
Erano da poco passate le 17.30.
Circa venti minuti prima la polacca era appena uscita da lavoro, e dopo aver accompagnato a casa una collega, scomparirà.
Da quel momento in poi, infatti, di lei non se ne saprà più niente. Almeno fino al ritrovamento del cadavere nei pressi del laghetto.
I legali difensori Lino Nisii e Abramo Di Salvatore, ieri mattina, nel corso dell'arringa finale hanno smontato punto per punto la tesi del Pm, sostenendo la stessa indiziarietà del Processo.
Un dibattimento, secondo gli avvocati, montato solo su indizi e con nessun tipo di prova a riguardo. A cominciare dalle testimonianze del vicino di casa, che non avrebbe comunque visto Marzanna quel giorno al Mercatone, ma avrebbe presunto di vedere la sua autovettura.
Auto che però era praticamente identica a quella del marito.
Altri elementi indiziari erano venuti fuori dalle perizie che dovevano stabilire l'ora della morte. Secondo il Pm la morte sarebbe avvenuta tra il 28 febbraio e la mezzanotte del 2 marzo.
Non sono emerse, però, prove scientifiche a riguardo.
La tesi del decesso entro le 54 ore era sostenuta dal consulente del Tribunale, Fineschi, in contrapposizione con il perito della difesa Pascali.
Altro mistero emerso nell'inchiesta era poi l'arma usata. O le armi, visto che l'anatomopatologo Pino Sciarra, nelle prime perizie, aveva sostenuto la tesi della doppia arma.
Nell'ultima udienza invece era emersa, da parte del consulente del Tribunale, l'assoluta certezza che per commettere il delitto fossero state utilizzate un paio di forbici da sarto.
Qualunque sia la verità, le uniche certezze emerse ieri pomeriggio dal Tribunale di Teramo sono due: Paolini è innocente, e il vero assassino di Marzanna, è ancora in libertà.
Sconosciuto. Introvabile.

LA DIFESA DELL'IMPUTATO

«Sono innocente. Non ho ucciso mia moglie. Contro di me solo un accanimento».
Poche parole ma concise quelle che, ieri mattina, Doriano Paolini ha pronunciato come memoria difensiva in Aula di Corte D'Assise. Il 28 febbraio, il giorno della scomparsa di Marzanna, l'uomo non avrebbe visto la donna per l'intera giornata.
«Io sono uscito di casa nel pomeriggio per comprare le sigarette. Mi sono recato al Mercatone, ma non ho visto mia
moglie. Lei non c'era. Ho incontrato invece il mio vicino di casa, Massimo Riccardi. Poi alle 19 quando sono rientrato a
casa, quando ho visto che non era ancora tornata, mi sono preoccupato e ho cominciato a fare delle telefonate. Del resto tutto quello che ho fatto durante la giornata è stato raccontato da mia madre. Così come può testimoniare che io e Marzanna, nonostante i problemi, andassimo d'accordo. Del resto sono innocente, eppure gli inquirenti hanno indagato solo me, tralasciando altre piste d'indagine».

NISII: «PROCESSO SENZA PROVE», DI SALVATORE: «SENTENZA EQUA»

Un processo indiziario, sostenuto da tesi indiziarie e senza neanche l'ombra di una prova. Il pensiero dell'avvocato Lino Nisii è chiaro a riguardo. Una tesi sostenuta nel finale della sua arringa, dove ha evidenziato il fatto che gli inquirenti non abbiano mai cercato elementi concreti nell'indagine.
«Sono state dimenticate e tralasciate altre piste di indagine e ci si è intestarditi sulla colpevolezza di Doriano Paolini,
senza averne gli elementi sufficienti».
Gli fa eco il collega Abramo Di Salvatore, che commenta la sentenza in modo semplice: «Quella emersa dalla Corte D'Assise è una sentenza equa, venuta fuori in base agli unici elementi concreti che risultavano. Il resto erano solo indizi».
Il giallo sulla morte di Marzanna Malgorzata a questo punto si riapre. «Non voglio contestare l'operato degli inquirenti, ma non si capisce il motivo per cui non siano state seguite altre ipotesi d'indagine – continua Nisii - Si era vociferato fin dall'inizio in merito ad un uomo, molto probabilmente amante della donna, ma sforzi in questa o in altre direzioni non sono stati fatti».

Daniela Facciolini 24/03/2007 9.39


FONTE: www.lacittaquotidiano.it