La vedova Raciti a Pescara: «con la vita umana non si scherza»

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Contro la violenza negli stadi ed il ripristino degli antichi valori comportamentali e di rispetto della persona. E’ stato questo il tema principale del giorno della memoria dedicato a Raciti, l'ispettore di Polizia ucciso a Catania in occasione della partita tra Palermo e Catania.
Nella sala consiliare del Comune non hanno fatto mancare la loro partecipazione tra gli altri il vice presidente della Pescara calcio Di Giacomo, un pezzo di storia del calcio pescarese rappresentato dall'allenatore Giovanni Galeone, il prefetto cittadino Lalli, alcune delle più alte cariche della polizia di stato ed il sindaco di Scafa Luigi Sansovini.
Proprio il piccolo comune abruzzese ha deciso di dedicare il proprio campo sportivo alla memoria del poliziotto catanese ucciso il 2 febbraio scorso.
Non è passata inosservata l'assenza a sorpresa del primo cittadino di Pescara Luciano D'Alfonso, sostituito per l'occasione da alcuni suoi rappresentanti.
Gradita, però, è stata soprattutto la presenza di Marisa Grasso, moglie di Filippo Raciti che ha portato la sua struggente testimonianza.
Attimi di commozione all'ingresso della vedova dell'ispettore capo che ha voluto ringraziare, con parole dense di significato, tutti i presenti per la partecipazione e per la calda accoglienza ricevuta in questa regione.

CON LA VITA NON SI SCHERZA

La commozione si è poi trasformata in un lungo applauso dopo l'intervento della signora Marisa Grasso.
«Ringrazio tutti i presenti e coloro che mi hanno accolta con molto calore», ha detto, «con la vita non si scherza. I genitori devono educare nell'amore i propri figli in quanto ciò che è successo è addebitabile anche alla loro assenza. Anche le istituzioni devono fare la loro parte. Mio marito era un servitore dello stato e la sera in cui è morto, insieme a lui sono stati feriti altri cento poliziotti. Ciò significa che a fare questi atti meschini sono stati solamente uno o dieci individui ma tanti, soprattutto giovani. La società di oggi ha perso numerosi valori ed i genitori di oggi non insegnano più il rispetto verso gli altri e soprattutto verso se stessi. Devo portare avanti una battaglia nella speranza che tutto ciò non rimanga solo a livello delle parole».

Giovanni Galeone, attento all'intervento della vedova Raciti, ha reso partecipi i presenti della sua lunga avventura nel calcio.
«Sono cinquanta anni che sono dentro il mondo del calcio», ha spiegato il mister più amato di Pescara, «quello più direttamente coinvolto in questa tragedia. Ciò che dicono alcuni non corrisponde a realtà, ovvero non tutti i movimenti sportivi sono uguali. Alcuni come purtroppo il calcio attirano troppa violenza. Giorni fa ho assistito alla gara di rugby dell'Italia e sugli spalti si vive decisamente un'altra atmosfera, come quella di diversi anni fa quando iniziavo ad entrare nell'ambiente calcio».

LA COLPA DEGLI “ATTORI” E POI QUELLA DEGLI SPETTATORI

Secondo il “profeta”, la colpa del marcio del calcio è anche dei giocatori e di tutti i personaggi facenti parte del mondo del pallone nostrano.
«Dopo i gravi fatti di Catania», ha proseguito Galeone, «tutti si interrogano su chi ha sbagliato, sul perché è stato commesso quel gesto e su come risolvere questa grave situazione. Noi cittadini in realtà possiamo fare ben poco come anche noi allenatori. Al mondo d'oggi il potere nel calcio è nelle mani non più dei presidenti o degli allenatori ma dei giocatori. Potrebbero dir loro qualcosa contro la violenza, in quanto i ragazzi vedono in loro degli idoli, dei perfetti modelli da seguire. Dovrebbero impegnarsi di più nel sociale, andando direttamente nelle scuole ad insegnare i valori ai giovani. Molti di loro fanno beneficenza ma quando si tratta di fare qualcosa di davvero importante gran parte di essi si tira indietro».

COME SONO CAMBIATE LE CURVE

Galeone poi ha analizzato il fenomeno della trasformazione delle Curve negli ultimi anni.
«Le curve sono nate per sostenere la squadra. Esse davano un contributo incredibile ed era un piacere vedere una curva piena che incitava la propria squadra, dimostrandosi fattivamente il dodicesimo uomo in campo. Purtroppo oggi le curve sono costituite dal 70-80% di sacche di delinquenza pura. Si è completamente perso in molti casi il valore dello sport. Cosa c'entra con il calcio con il mettere a ferro e fuoco una città o restare girati di spalle al campo per incitare gli altri a cantare quando si gioca la partita?. Oggi i ragazzi hanno troppo, il nostro compito è quello di far riassumere alle cose il valore di un tempo. Ci vuole l'impegno di tutti perché questa schifezza finisca e affinché le mogli non piangano più i propri mariti».
Anche il neo presidente della Pescara calcio Di Giacomo ha partecipato al tema della violenza negli stadi.
«Noi tutti dobbiamo fare qualcosa di più», ha proposto e promesso, «ma all'apice di tutto ci sono le istituzioni che dovrebbero dare il buon esempio ma, tante volte, danno l'esatto contrario. Per queste cose ci vuole il pugno di ferro non bastano le giustificazioni. Sono contento che i politici abbiano preso decisioni drastiche su questi fatti di violenza, ma le parole non devono restare tali. Sono i fatti quelli che contano».
Parlando a nome della Pescara calcio, Di Giacomo ha comunicato l'impegno del sodalizio di via Mazzarino nell'adeguamento dello stadio Adriatico.
«Come nuova società siamo qui da poco più di un mese e subito ci siamo prodigati per mettere a norma lo stadio Adriatico. Faremo di tutto per allinearci ai rigidi parametri del decreto Pisanu affinché ciò che è successo a Catania non accada più. L'importante è che a settembre non si riparta con le deroghe altrimenti non cambierà nulla nel mondo del calcio».

Andrea Sacchini 23/03/2007


LA DIRETTA DI SKY DI QUEL TRAGICO GIORNO