Operazione Matrioska: decapitata holding internazionale radicata in Abruzzo

Alessandro Biancardi

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LATINA. E' stata decapitata una organizzazione criminale internazionale dedita al riciclaggio, alla ricettazione e al reimpiego di denaro e beni materiali di provenienza illecita. Nella rete sono finite anche diverse società abruzzesi, localizzate tra Pescara, Montesilvano e Silvi Marina accusate di reati di truffa, bancarotta fraudolenta contraffazione di marchi e frode fiscale.
Sono state arrestate 12 persone, 63 denunciate. Sono stati sottoposti a sequestro beni immobili e capitali sociali per un valore di oltre 20 milioni di euro e merce per un valore che si aggira intorno ai 18milioni di euro. L' organizzazione nel corso del tempo aveva aperto numerosi conti bancari presso molteplici Istituti di credito utilizzando, per far funzionare il "sistema" criminoso, ben 250 conti, 450 carte di credito, utilizzando inoltre più di 3500 assegni bancari e circolari.
Il blitz è stato condotto dalle Fiamme Gialle della compagnia di Formia coordinate dal comandante provinciale Fernando Verdolotti e dirette dal capitano Alessandro Lo Bello, con la collaborazione della Guardia di Finanza di Pescara e delle altre località interessate.
Le 12 ordinanze di custodia cautelare sono state dal Gip di Pescara, Luca De Ninis, su richiesta del pm Barbara Del Bono.
I destinatari sono: Francesco Saverio La Ragione di Portici
(Napoli), Gennaro Pica di Napoli, Antonio Pignatiello di
Pomigliano d'Arco (Napoli), Giuseppe Coppeto di Marano di Napoli
(Napoli), Sara Perera Dos Santos (Brasile), Roberto Sandionigi
di Valmadrera (Lecco), Antonio Di Carlo di Campli (Teramo),
Franco Sabatini di Sulmona (L'Aquila), Gabriele Proietto di
Teramo, Rodolfo Delle Monache e Romeo Delle Monache di
Montesilvano (Pescara). Una dodicesima persona nel frattempo
è risultata deceduta.

TRE ANNI DI INDAGINI

Le indagini sono partite circa tre anni e sono state condotte su tutto il territorio nazionale, (Latina, Formia, Aprilia, Caserta, Napoli, Pescara, Milano, Padova, Sondrio, Lecco, Reggio Emilia, Teramo, Chieti, Verona) e hanno permesso di sgominare un'organizzazione criminale estesa anche in alcuni Stati esteri, che era dedita al riciclaggio di denaro di provenienza illecita, all'emissione di fatture false, all'occultamento di scritture contabili, per un giro d'affari stimato in oltre 50 milioni di euro.

Tutto ruotava intorno alle "società cantiere" che ricoprivano una funzione ben precisa, ossia consentire il reperimento dei soldi che una volta ottenuti venivano fatti sparire mediante il trasferimento ad altre società, di fatto "anagraficamente esistenti" ma materialmente non operanti.
Inoltre trasferivano i capitali di provenienza illecita (stimati in circa 50 milioni di euro) verso conti correnti nazionali ed esteri intestati a terze persone.

LE SOCIETA' ABRUZZESI

Le società "Cantiere" individuate in Abruzzo sono la Commercial World Srl di Pescara, la Vendass Sas di Montesilvano (Pe), la Edildomus Abruzzo Srl di Teramo, Elettronic World di Silvi(TE), e la general market srl di Pescara ) le cui sedi fittizie risultavano in Italia ed all'estero (Tirana - Albania, Montecarlo -Principato di Monaco, Atene - Grecia, Repubblica di S. Marino, Giza -Egitto, Safat - Kuwait e Deira -Dubai ).

In tutta Italia c'erano poi anche la B.P. Commerciale srl di Roma, Arven srl di Padova, R.m.g.srl di Sondrio, Impresa Edoardo Arenga di San Giorgio a Cremano (Na), Europa trasporti e scavi srl di Milano, Cassandra srl di Roma, Sotral srl di Sondrio, Eurostep ltd di Atene, Logos p.c. arl di Verona, Manifatture reggiane srl di Reggio Emilia, Fresco distribuzione srl di Castel Volturno (Ce).

IL MECCANISMO ADOPERATO

Sono oltre 30 le società coinvolte che operavano per conto dell' organizzazione nei più disparati settori economici: ingrosso di prodotti edili, commercio d'abbigliamento, compravendita nel settore immobiliare e vendita di preziosi per citarne alcuni.

Il meccanismo ideato era stato ben studiato: venivano emesse, attraverso società e ditte create ad hoc, operanti solo sulla carta ma di fatto inesistenti, fatture fittizie a copertura della merce rubata.
Molto spesso «si costituivano o rilevavano società immobiliari in difficoltà», hanno spiegato gli inquirenti, «per poi richiedere agli Uffici competenti rimborsi Iva scaturiti da fantomatici acquisti di immobili». E poi ancora «si effettuavano con la copertura di fittizie aperture di sedi e cantieri di lavoro nel territorio nazionale, dell' U.E e fuori dell' Unione acquisti di beni per svariati milioni di euro, senza poi onorare i relativi debiti assunti».
Le società create venivano poi messe in liquidazione volontaria gestite da «teste di legno» e «costituite allo scopo e rappresentate da persone anziane, invalide e nulla tenenti che risultavano risiedere ed essere domiciliate in luoghi inesistenti. Il tutto al fine predeterminato di impedire agli organismi inquirenti di individuare i veri amministratori ed organizzatori delle attività criminali».
A volte poi le società rilevate venivano fatte fallire, «facendo scomparire tutta la documentazione contabile posta in essere, mediante l' occultamento o la distruzione».
La banda, inoltre, «creava false fideiussioni, utilizzate per certificare la bontà delle operazioni poste in essere e create materialmente con la scannerizzazione di polizze riportanti false firme di attestazione».
Ogni tipo di pagamento «veniva effettuato con assegni post-datati di fatto scoperti e/o afferenti conti correnti già chiusi e riconducibili a persone di fatto protestate».


LA SCINTILLA CHE HA FATTO SCOPPIARE LE INDAGINI


Le indagini hanno preso il via dopo una consegna di merce contraffatta effettuata presso un esercizio commerciale di Latina, scortata da falsa documentazione contabile intestata alla "Arven srl" di Padova.
Da lì sono partite le Fiamme Gialle che hanno individuato le trenta società, di fatto inesistenti, che venivano utilizzate dall'
organizzazione per «ripulire i guadagni ottenuti» e per «procacciare i beni che, venduti tramite canali non ufficiali ossia in nero, servivano a creare dal nulla i capitali utilizzati poi per finanziare la costituzione di altre attività commerciali o addirittura per sovvenzionare alcuni clan malavitosi appartenenti a cosche calabresi, campane e abruzzesi».

«PROVE SCHIACCIANTI»

Gli indizi raccolti nella prima fase delle indagini «sono stati pienamente confermati da intercettazioni, perquisizioni e sequestri e sono risultati particolarmente complesse ed articolate», assicurano oggi gli inquirenti.
«L'articolato sistema di frode», sostengono gli investigatori, «era stato ideato da un nucleo ristretto di persone che, pur non rivestendo formalmente alcuna carica nelle società coinvolte, avevano di fatto costituito una vera e propria "cabina di regia" per la gestione finanziaria ed economica dell'intera attività».

Alessandra Lotti 09/03/2007 13.21