Bussi, no a nuove analisi della Montedison e spunta nuova mappa dei veleni

Alessandro Biancardi

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Bussi, no a nuove analisi della Montedison e spunta nuova mappa dei veleni
DISCARICA DI BUSSI. Non ci sarà alcun incidente probatorio né nuove analisi nelle maxi discariche di Bussi.
Il gup del tribunale di Pescara, Luca De Ninis, ha rigettato ieri la richiesta di incidente probatorio avanzata il 28 giugno scorso dai legali della Montedison nel corso dell'udienza preliminare relativa all'inchiesta sullo stoccaggio abusivo di veleni industriali ed il conseguente avvelenamento di alcune falde acquifere con la conseguente distribuzione dell'acqua negli acquedotti.
Per il gup, la prova richiesta dagli avvocati è «sostanzialmente non rilevante per la verifica del nesso causale tra le contaminazioni e l'avvelenamento delle acque e delle altre matrici ambientali».
I difensori della Montedison avevano chiesto in particolare di disporre una perizia chimica ed idrogeologica in modo da ricostruire i percorsi delle acque di falda, dalle possibili sorgenti di contaminazione fino al bersaglio rappresentato dai pozzi; identificare i contaminanti presenti in falda, fra le possibili sorgenti ed il campo pozzi di colle Sant'Angelo e da seguire l'evoluzione della contaminazione dalle possibili sorgenti fino ai potenziali recettori (i pozzi), al fine di definire «in modo chiaro ed inequivocabile» la provenienza ed il percorso degli inquinanti.
Lo scopo è chiaro: la perizia avrebbe potuto illustrare zone d'ombra nella ricostruzionee del pm, Annarita Mantini, ed in parte sollevare dalle pesanti responsabilità il colosso della chimica dall'accusa di avvelenamento.
Per il gup gli eventuali risultati della perizia non sarebbero comunque importanti al fine della decisione in questa fase del processo che dovrebbe valutare, invece, soltanto la sussistenza di sufficienti prove per poter svolgere un processo e non già il merito della questione sulla sussistenza o meno della ipotesi accusatoria.

LE 10 FOSSE DI RACCOLTA


Uno dei momenti più importanti della scorsa udienza è stato invece l'annuncio da parte della difesa della Solvay dell'esistenza di un documento che illustrerebbe la localizzazioni di 10 fosse di raccolta di rifiuti nell'area della discarica denominata Tre Monti.
Si tratterebbe di una vera e propria nuova mini discarica creata intorno alla fine degli anni '60.
Il documento avrebbe una datazione apparente -dunque non verificata- del 15 giugno 1972.
La mappa indicherebbe quattro punti contenenti le «melme evacuate letto fiume zona Siac», veleni che si presumono ad alto valore di piombo ed altri sei punti nei quali sarebbero state stoccate le peci clorurate.
Secondo le dichiarazioni di un testimone la mappa sarebbe stata oggetto di un ritrovamento del tutto casuale e per questo annunciata nell'ultima udienza e prodotta qualche giorno dopo.
Il documento in sostanza rivelerebbe la presenza di una nuova discarica anche se di dimensioni notevolmente ridotte rispetto a quelle già scovate ma nella quale vi sarebbero veleni molto pericolosi e interrati da quasi quarant'anni e probabilmente senza alcuna protezione.
I testimoni avrebbero raccontato di pratiche di interramento in quel periodo di blocchi di cemento di circa 1 m³ mentre qualcun altro ha ricordato la raccolta delle peci clorurate (materiale di scarto) in cassoni di ferro o addirittura di plastica fino alla fine degli anni 70.

«VERIFICARE CON URGENZA»


Secondo il giudice è chiaro che vi sarebbe una certa urgenza di verificare la veridicità della mappe e quindi di iniziare nuove campagne di sondaggi e di escavazione per controllare lo stato di conservazione di questi veleni e il loro eventuale impatto sull'ambiente poiché è già stata verificata la tossicità ed in alcuni casi accertata la possibilità di produrre tumori.
Il timore è che dopo 40 anni gli eventuali contenitori possano essersi corrosi o danneggiati con il rischio di percolazione negli strati inferiori del terreno.
Sta di fatto però che nella lunga campagna di ricerca, coordinata dalla polizia giudiziaria, questa nuova discarica non è stata trovata.
Il giudice, inoltre, ricordando di non poter disporre d'ufficio prove con nuove richieste di indagini, ha invitato senz'altro indugio le parti, e soprattutto gli enti pubblici, ad adoperarsi insieme al pm per svolgere gli accertamenti del caso.
Le ragioni della produzione di questo documento -saltato fuori come si è detto quasi per caso e prodotto dalla Solvay- è invece molto più chiaro e mirerebbe a sollevare da responsabilità la stessa azienda che ha interesse a spostare le responsabilità più indietro nel tempo e dunque agli anni 70, quando nello stesso sito insisteva un'altra azienda chimica, la Siac.
Si è mostrato piuttosto scettico il gup che ha fatto notare come, al momento, non vi sia la prova della effettiva esistenza di questi veleni e che anche se vi fosse non avrebbe rilevanza in questa fase del processo, né per la verifica del nesso causale tra le contaminazioni né per l'avvelenamento delle acque.
Sul documento inoltre è stata chiesta anche una perizia per stabilirne la reale datazione, perizia che è stata anche questa rigettata dal giudice perché tale prova non è connotata «da nessuna ragione di urgenza».
Dunque il tutto sarà rinviato a dopo il rinvio a giudizio nella fase dibattimentale.
Restano ancora sullo sfondo, dopo oltre tre anni dal ritrovamento delle mega discariche, i problemi sulla messa in sicurezza e sull'isolamento dei rifiuti che a tutt'oggi non sono stati nemmeno coperti e che da oltre quarant'anni continuano ad inquinare l'ambiente e le acque.
Da questo punto di vista il dibattito politico si è arenato da tempo e non pare interessare nemmeno le amministrazioni prossime alle stesse discariche.

a.b. 16/07/2010 8.37


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