Blitz di Goletta Verde al pozzo Ombrina Mare 2

Alessandro Biancardi

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ORTONA. «Uscire dal petrolio!» È il messaggio che questa mattina ha lanciato Goletta Verde di Legambiente a largo di Ortona, nelle acque antistanti il pozzo di esplorazione Ombrina Mare 2.


Gli attivisti di Legambiente sono salpati dal porto di Ortona facendo rotta sul pozzo esplorativo della ditta inglese Mediterranean Oil and Gas.
Arrivati a destinazione hanno simulato un incidente alla piattaforma con fuoriuscita di greggio in mare.
Armati di fumogeni neri, maschere antigas e reti di contenimento hanno simulato anche un intervento per il contenimento e la bonifica di marine pollution.
Non prima di aver srotolato dalla murata della Goletta Verde Catholica uno striscione con scritto a chiare lettere "Uscire dal petrolio".
Un messaggio breve, ma efficace, per ribadire il deciso rifiuto alle concessioni per nuove piattaforme petrolifere offshore e alla dipendenza dalle fonti fossili.
Un'azione simbolica con cui il veliero ambientalista ha acceso i riflettori su due dei principali pericoli che minacciano l'Abruzzo e tutto il Mediterraneo: le trivellazioni off-shore, il traffico di petroliere.
Tutti settori ad alto rischio, che in caso di incidente provocherebbero uno sversamento di greggio/idrocarburi in mare.
«L'Ombrina Mare 2 è un pozzo esplorativo a sole 3 miglia al largo della Costa Teatina», hanno sottolineato dall'associazione ambientalista, «e rappresenta la minaccia più concreta di una nuova attività di trivellazione sottocosta, visto l'esito positivo dell'esplorazione. Un progetto che peserà sulla costa per 24 anni, periodo di durata delle concessione».
Sulla costa abruzzese in generale, e su quella Teatina in particolare, infatti, pende la spada di Damocle rappresentata dalle autorizzazioni per nuove piattaforme offshore.

24 PERMESSI E 9 PIATTAFORME

Attualmente, oltre alle 9 piattaforme petrolifere attive nel mare italiano, sono in vigore 24 permessi di ricerca offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico a largo di Abruzzo, Marche, Puglia e nel Canale di Sicilia.
L'area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, ma sono numeri destinati ad aumentare come dimostrano le 41 domande per nuovi permessi di ricerca per un'area di 23.408 Kmq presentate solo dal 2008 ad oggi.
A fronte del rischio rappresentato da pozzi e piattaforme, e a fronte del pericolo di nuove piattaforme, l'unico provvedimento preso dal governo italiano a tutela di mare e coste è la 'moratoria' sulle istallazioni entro le 5 miglia dalla costa.
«Un provvedimento esclusivamente propagandistico. Innanzitutto perché la norma non si applica a pozzi e piattaforme esistenti - commenta Stefano Ciafani, Responsabile scientifico Legambiente -. E poi cosa cambierebbe se un incidente avvenisse in un pozzo o una piattaforma localizzata al di là di 5 o 12 miglia dalle coste? In caso di incidente sarebbe comunque un dramma per tutto l'Adriatico. Se spostassimo, infatti, la marea nera che sta inquinando il Golfo del Messico nell`Adriatico la sua estensione si spingerebbe da Trieste al Gargano».
E per ironia della sorte la qualità del petrolio italiano off-shore è di pessima qualità. Il greggio italiano, infatti, è bituminoso con un alto grado di idrocarburi pesanti e ricco di zolfo, praticamente simile a quello albanese, che non ha portato nessuna ricchezza al loro territorio.
«Al pericolo derivante da pozzi e piattaforme si accompagna anche quello derivante dal traffico di petroliere», hanno sottolineato ancora da Legambiente.
Pur essendo un bacino chiuso dalle dimensioni ridotte, infatti, il Mare Nostrum assorbe il 20% del traffico petrolifero marittimo mondiale. Se lo Stivale è un Paese a rischio sversamenti, questo pericolo non è uniformemente diffuso su tutto il territorio italiano.

«L'ABRUZZO LA PIU' A RISCHIO»

Purtroppo l'Abruzzo è una delle regioni italiane maggiormente esposte alla minaccia idrocarburi soprattutto per quanto riguarda l'estrazione - spiega Angelo Di Matteo, presidente Legambiente Abruzzo -. Solo dalle piattaforme abruzzesi si estraggono 245 mila tonnellate di greggio l'anno, il 46,7% dell'estrazione nazionale da piattaforme off-shore La situazione è allarmante e totalmente fuori controllo: nella sola zona a mare interessa una superficie di oltre 6.000 chilometri quadrati tra istanze e permessi di ricerca e permessi e concessioni di estrazione di idrocarburi. E come se non bastasse, su Ortona grava sempre il progetto del centro oli, che nonostante il disinteresse manifestato da Eni rischia di essere realizzato da altre società petrolifere».
Il Paese consuma 80 milioni di tonnellate di petrolio l`anno e si calcola che vi siano riserve recuperabili per 130 milioni di tonnellate.
Ai consumi attuali, estrarle tutte consentirebbe all`Italia di tagliare le importazioni per soli 20 mesi. «Che senso ha, allora, ipotecare il futuro di terreni e di tratti di mare?», hanno chiesto gli ambientalisti. «Che ci guadagna la collettività?»

08/07/2010 13.31