Fangopoli: rinviati a giudizio Catena (Aca) e D'Ambrosio (Ato)

Alessandro Biancardi

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Fangopoli: rinviati a giudizio Catena (Aca) e D'Ambrosio (Ato)
PESCARA. Un piccolo colpo di scena, se vogliamo. Ieri il gup Luca De Ninis ha rinviato a giudizio buona parte degli indagati nell’inchiesta “Fangopoli”, che riguarda il trasporto di fanghi non trattati e la gestione del depuratore di Pescara.  *LE DENUNCE DI CODICI E LE CARTE DELLA VECCHIA STORIA DEL FANGODOTTO

Un colpo di scena perché per diverse vicende e fatti inizialmente contestati il pm -attualmente titolare dell'inchiesta- Gennaro Varone, che aveva ereditato il faldone a cose fatte dal collega Aldo Aceto, aveva chiesto il proscioglimento per i principali imputati addirittura con la formula «il fatto non costituisce reato» o «il fatto non sussiste» per gli ex vertici di Ato e Aca.
Come dire che l'accusa riconosce che qualcosa non è andato nel verso giusto nell'inchiesta e le ricostruzioni dei fatti e delle contestazioni potrebbero presentare punti deboli e carenze da non poter resistere ad un giudizio.
Contrario a questa visione il gup che invece non se l'è sentita di buttare a mare un lavoro durato anni ed ha rinviato a giudizio l'ex presidente dell'Aca (Azienda comprensoriale acquedottistica), Bruno Catena; il direttore generale dell'azienda, Bartolomeo Di Giovanni; l'ex presidente dell'Ato (Ambito territoriale ottimale), Giorgio D'Ambrosio; il legale rappresentante della «Dino Di Vincenzo &Co. Spa», Giovanni Di Vincenzo, il dirigente tecnico dell'Ente d'ambito pescarese, Alessandro Antonacci, e altre 15 persone tra imprenditori e agricoltori.
Sarà il tribunale collegiale a decidere e valutare l'eventuale proscioglimento o condanna.
De Ninis ha invece decretato la sua incompetenza per le accuse rivolte all'ex sindaco di Navelli, Paolo Federico, accusato di corruzione, e di altri due imputati per reati ambientali e di aver favorito la ditta Biofert.
Con lo stesso provvedimento il giudice ieri ha anche respinto l'istanza di dissequestro del depuratore di via Raiale, nominando custode lo stesso Di Vincenzo al posto dell'Aca.
I sigilli risalgono ormai all'11 gennaio 2007 e sono stati confermati un anno dopo.
Circa tre anni fa l'inchiesta, condotta dalla Forestale agli ordini di Guido Conti, fece scalpore e nacque da un esposto dell'associazione Codici che ieri si è anche costituita parte civile con l'ausilio dell'avvocato Bravin, riconosciuta dal giudice, e che denunciava fatti risalenti alla fine degli anni '90 e che riguardavano la proroga dell'appalto per la gestione del depuratore (affidato da sempre a Di Vincenzo) e la sparizione di 30 miliardi di vecchie lire per la costruzione (mai completata) del fangodotto che avrebbe permesso di abbattere notevolmente i costi della depurazione. Nelle pieghe delle indagini poi sono emersi ulteriori fatti e contestazioni e ne sono stati accantonati altri (per avvenuta prescrizione).
Giovanni D'Andrea, responsabile di Codici Abruzzo, ha chiesto le dimissioni delle persone rinviate a giudizio ieri che ancora ricoprono cariche e ruoli all'interno di Ato e Aca.
Se la costruzione del fangodotto fosse andata a buon fine i fanghi sarebbero stati essiccati e non ci sarebbe stato bisogno di trasportarli in discariche lontane chilometri e la ditta incaricata non avrebbe avuto ragione di espletare il servizio (e di guadagnare).
I reati contestati sono vari e non uguali per tutti e vanno dalla corruzione, al falso ai reati ambientali.
11/06/2010 9.29

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