De Vico, «ho difeso i deboli» e raccoglie firme contro il Ddl intercettazioni

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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FARINDOLA. Una lunga lettera aperta affissa in paese del sindaco Antonio De Vico da poco uscito dagli arresti domiciliari emessi nell’ambito della “Operazione Vestina” che vede al centro una serie di presunti illeciti legati alla gestione della comunità montana e di presunte tangenti e clientelismo in cambio di voti.

De Vico che si dice provato per l'esperienza però vuole mostrarsi più forte che mai e se da una parte sembra ammettere alcuni addebiti, dall'altra si scaglia con forza contro coloro che avrebbero gioito per i suoi guai, accusando e minacciando i paesani che non sono con lui («i falsi vestini vanno isolati»).
Ma la situazione non appare così rosea come la si vuole dipingere: pochi giorni fa due consiglieri in passato vicini a De Vico si sono dimessi per ragioni ancora non molto chiare e si parla di nuove perquisizioni e di nuovi filoni che la procura starebbe seguendo.
A dimettersi sono stati Walter Colangeli ed Ezio Marzola, consiglieri comunali ed ex assessori dell'amministrazione guidata da Massimiliano Giancaterino, predecessore dell'attuale sindaco.
«Finalmente, dopo l'interrogatorio cercato fin dai primi giorni, sono tornato libero», scrive De Vico, «ho fondate ragioni per ritenere che il pubblico ministero abbia creduto alla mia verità. Diversamente non mi avrebbe consentito di tornare sindaco. Serenamente affronterò l'iter giudiziario con una rinnovata fiducia nella magistratura. Sono contento per la mia famiglia per i tanti che mi sono stati vicino senza mai dubitare della mia onestà».
Il sindaco di Farindola dice poi di aver trovato paradossalmente utili i 24 giorni passati agli arresti domiciliari pechè vissuti con la sua famiglia che sostiene di aver trascurato in nome della politica.
«Nulla, però, sarà come prima. L'esperienza dolorosa che feci all'età di 16 anni», confessa accoratamente De Vico, «quando mi recai con mia madre e mio fratello nel carcere di San Donato a trovare mio padre (sindaco e medico anche lui) al di là di una gelida vetrata, ho sempre pensato -e ne sono tuttora convinto- che sia stata decisiva nel formare in me una tempra forte, sensibile ai deboli (come lo erano i poveri contadini che mio padre cercava di aiutare anche con le mutue) attenta alle regole, rispettosa del sentimento di giustizia che alla fine trionfa. Mio padre venne assolto grazie ad una magistratura che colse una esagerazione, inizialmente arrestò un innocente ma infine individuò il vero colpevole».
Una situazione molto simile, dice, a quella che ha vissuto personalmente.
«Nella attuale assai simile vicenda», si legge ancora nel manifesto affisso in paese, «mi sono mosso alla stessa stregua di mio padre, forte, però, dalla sua difficile esperienza politica (l'isolamento dettato dalla legge del più forte ossia della ossia della costa sulle aree interne) ho coraggiosamente interpretato la difesa dei più deboli come “questione Vestina” rivendicando una maggiore attenzione socio-economica alla nostra gente di montagna storicamente svantaggiate rispetto all'area metropolitana e dalla vallata del Pescara ed ho cercato di fare una politica di area aggregando il più possibile».
Una sorta di Robin Hood, si definisce De Vico quasi accecato dalla missione ha qualche volta giustificato i mezzi per raggiungere “nobili fini”.
«Ossia», aggiunge, «avendo come fine nobile l'aiuto dei più deboli e mai il profitto personale. Anzi con grande orgoglio faccio notare che in tempi di quotidiane tangenti al sottoscritto intercettato per ben sette mesi nel pieno di una campagna elettorale difficile e costosa non è stata mai contestata l'acquisizione illecita di denaro nonostante i mass media non siano stati adeguatamente chiari su ciò».
«Talora ho esagerato nel giustificare mezzi e quella disperata ricerca di un lavoro per costoro presso amici imprenditori. A questi ultimi, però, mai nulla ho illecitamente assicurate in contropartita e se qualcuno lo ha fatto in mia vece pagherà sonoramente».
«L'altra esagerazione compiuta in questi anni», confessa De Vico, «è stata quella di tollerare tutto in nome e per conto di un infantile buonismo dentro il quale ho subito irriconoscenze ed umiliazioni assolutamente gratuite. Ho chiesto soltanto attenzioni occupazionali per gente bisognosa in cambio di nulla: né per me e spesso nemmeno per quel nobile sentimento della riconoscenza di un vuoto di una scelta a favore dell'unico medico residente affarini».

«C'È CHI HA GODUTO DELLE MIE DISGRAZIE»

Poi il primo cittadino parla dei «malvagi» che avrebbero goduto dei suoi problemi citando ad esempio anche l'improvviso male che ha colto il suocero in piazza mentre qualcuno «sghignazzava».
«Ho registrato delle vere malvagità compiute da indegni che vanno isolati», dice, «e con essi quelli che li sostengono. La gente perbene non dovrà più temere i vigliacchi che brindano per le disgrazie altrui con gli sciacalli pronti a buttarsi su chi è in difficoltà (addirittura incurante di coinvolgere altre famiglie) o gli ignari che in disparte gioiscono pronunciando frasi orribili come “vendetta è fatta”, “è uscito di nuovo il sole a Farindola”».
Il sindaco poi dà appuntamento al 4 giugno alle 19 per il consiglio comunale dove si parlerà delle dimissioni dei due consiglieri e si procederà alla surroga e a sorpresa si raccoglieranno anche «firme contro l'abolizione delle intercettazioni».

03/06/2010 8.24

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