Villa Pini. Corteo dei lavoratori del "Rifugio La Cicala":«garanzie per noi»

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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ATESSA. Ricordarsi anche della Cicala di Atessa, il centro residenziale per diversamente abili psichici, quando si parla dei disagi dei dipendenti del Gruppo Villa Pini senza stipendio da più di un anno.

Potrebbe essere questo il senso della manifestazione che ieri si è sviluppata con un corteo di operatori del centro e delle loro famiglie, che si è snodato dal Comune per le vie della città, con la partecipazione del sindaco e del capogruppo Udc al Consiglio regionale, oltre che dei sindacati, Cgil in testa.
Al termine, nonostante la pioggia e proprio per sottolineare la disperazione per la situazione e per la mancanza di sbocchi all'orizzonte, alcuni dipendenti sono saliti sul tetto della struttura. Solidarietà è stata espressa dalle autorità locali, che si sono attivate per contattare l'assessore regionale Lanfranco Venturoni che si è impegnato a portare il problema in Consiglio Regionale e alla Conferenza dei Capigruppo già martedì prossimo.
«Bisogna capire perché il Tribunale di Chieti ha dichiarato il fallimento di San Stefar e delle altre strutture del Gruppo Villa Pini con esclusione proprio del Piccolo Rifugio la Cicala – ha dichiarato Antonio Menna, capogruppo Udc – se pure nessuna istanza di fallimento è stata presentata al Tribunale di Lanciano competente per territorio, mi auguro che non si arrivi a tempi lunghi per affrontare questo disagio. Sia il Sindaco di Atessa che il Presidente della Provincia di Chieti mi affiancheranno nei prossimi giorni per sollecitare la Regione ad intervenire».
Il sindaco Nicola Cicchitti da parte sua si è mosso anche con la Asl per sollecitare l'erogazione dei fondi sospesi: «La Regione deve garantire i posti di lavoro – ha dichiarato - e non si può accettare che ci siano figli e figliastri in questa vertenza del Gruppo Angelini. Intanto almeno sia assicurata la cassa integrazione per chi è senza stipendio».
In una nota molto accorata, Andrea Gagliardi (Cgil) ripercorre il disagio dei lavoratori che da 14 mesi assistono 38 malati anche a costo di sacrifici personali e che dal gennaio 2009 lavorano con le convenzioni sospese: «Questi lavoratori meritano rispetto per la dignità con cui hanno operato e non meritano soprattutto di dover salire sui tetti per ottenere attenzione ai loro problemi. Non possono soprattutto pagare in prima persona le colpe di chi, datore di lavoro in primis, disprezza la loro attività».

29/05/2010 9.43