Villa Pini, fallimento in vista per San Stefar e Maristella

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Respinto il concordato preventivo per il San Stefar e stessa sorte in vista per Maristella: non siamo ancora al fallimento per queste due società del gruppo Angelini ancora in attività, ma il destino sembra irrimediabilmente segnato. * PARENTI EX PAOLUCCI, «LA REGIONE NON SI OCCUPA DI CHI SOFFRE»
Manca solo un passaggio per la dichiarazione finale di insolvenza e poi anche San Stefar e Maristella saranno sottratte al controllo dell'attuale proprietà.
Secondo la nuova legge fallimentare, infatti, la bocciatura del concordato non provoca automaticamente la dichiarazione di fallimento (come avveniva prima, quando il no al concordato produceva il fallimento d'ufficio), ma è necessario che la Camera di consiglio si riunisca ancora per un ulteriore esame ed un'altra audizione del debitore.
In questa sede, dopo averne verificato i presupposti, in sequenza ci saranno il via libera al fallimento, la delega al giudice e la nomina del curatore.
Il tutto però si dovrebbe concludere in pochi giorni.
Un'attesa che sembra lunghissima per i dipendenti che ancora lavorano con gravi difficoltà soprattutto nei centri San Stefar diffusi in tutta la regione, come dimostra lo sfratto esecutivo di ieri alla sede di via Benedetto Croce, a Pescara. Solo la presenza in loco dei rappresentanti sindacali Uil e Cgil (Domenico Rega e Massimo Petrini) ha scongiurato l'apposizione dei sigilli ed ha ottenuto dall'ufficiale giudiziario una proroga di dieci giorni «per non interrompere la continuità assistenziale e terapeutica» per gli incolpevoli assistiti.
Come se la tutela della salute pubblica fosse appaltata alla sensibilità di un ufficiale giudiziario ed ai lavoratori che ieri piangevano di fronte a quella che è stata vissuta come un'ennesima violenza, nel disinteresse della proprietà e nell'assenza delle istituzioni.
Di qui l'appello dei sindacati perché «sia posta fine a questo stillicidio e perché vengano assunte le decisioni del caso da parte di chi ne ha potestà e cioè Magistratura, Regione, Asl, Comune, oggi assenti».
Slitta intanto di una settimana il divieto per la famiglia Angelini di utilizzare i locali di Villa Pini, dove c'è la sede delle altre società non ancora fallite. La sentenza di fallimento, attesa in questi giorni, dovrebbe essere il punto di non ritorno in quanto la nuova “proprietà” sarà di fatto impersonata dal curatore fallimentare.

Sebastiano Calella 19/05/2010 10.11

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PARENTI EX PAOLUCCI, «LA REGIONE NON SI OCCUPA DI CHI SOFFRE»


CHIETI. L'odissea e lo strazio dei pazienti dell'ex Paolucci (le strutture di assistenza del gruppo che fa capo alla famiglia Angelini) si è conclusa nelle scorse settimane con la diaspora di questi ultimi da una struttura ad altre che i parenti definiscono «altrettanto inadeguate e carenti».
La rabbia di chi oggi deve subire l'ennesima difficoltà non trova pace. Da quando l'ex Paolucci, la struttura che si trova a Chieti all'inizio della strada Fondo Valle Alento e che era utilizzata per altri malati non autosufficienti, ha chiuso è cominciato il dramma nel dramma per i pazienti in cerca di sistemazione e per i parenti che, sebbene in salute, sono provati.
Nei giorni scorsi il comitato aveva scritto una lettera al presidente Gianni Chiodi, all'assessore alla Sanità Lanfranco Venturoni, al direttore Generale della Asl di Vasto Lanciano Chieti e al sindaco di Chieti Umberto Di Primio. Nessuno di questi ha risposto, assicurano dal comitato, che si aspettava almeno un cenno.

«L'idea di interventi personalizzati e di recupero», denunciano i parenti dei ricoverati, «non ha mai nemmeno sfiorato la mente degli amministratori che d'altronde, provengono da altre esperienze “politiche” di diversa natura e completamente all'oscuro delle varie patologie da affrontare».

Una situazione difficile per chi ha un peso troppo grande da portare avanti praticamente da solo. Una realtà che si fa ancora più difficile perchè spesso le vicende sanitarie si legano con quelle giudiziarie che parlano di presunta corruzione, soldi pubblici sperperati e finiti chissà dove.
«Chi aveva il compito di indagare sull'assistenza psichiatrica», denunciano ancora dal comitato, «non ha minimamente denunciato tutti i vantaggi e i profitti illeciti che si sono conseguiti in questi anni, compresi gli stipendi milionari di primari ed amministratori che arrivano fino a 32.000 euro mensili».
«Sapete quanto costa allo stato ogni malato?», chiedeva un amministratore locale al comitato parenti riunito.
Ma per i parenti la risposta è più semplice del previsto: «non sono i malati a costare, affastellati in piccole stanze dove per tutto il tempo hanno inspirato l'aria che avevano appena espirato. Luoghi che aggravano le patologie che avrebbero dovuto curare o almeno alleviare. Malati che certo non hanno consumato i soldi a loro destinati giornalmente per sofisticate terapie riabilitative di fatto ridotte alla somministrazione di farmaci e nient'altro. La domanda avrebbe dovuto essere diversa: “quanto ci costano i nostri politici e una sanità corrotta?”. Soldi pubblici perduti per sempre che non rivedremo più: siamo in Italia il paese dell'illegalità e della corruzione».
«Denaro perduto che avrebbe potuto essere investito in strutture dignitose e rispettose sia dei malati psichiatrici che degli anziani, costretti ad una convivenza forzata», questa è la certezza che fa male.
«I politici che elegantemente si sono aggirati presso queste strutture non avrebbero soggiornato nelle stesse neanche un'ora», denunciano ancora i parenti dei malati.
«Hanno decretato la chiusura del Paolucci promettendo in alternativa sistemazioni meno squallide. Ma stranamente i lavori di miglioramento – dopo la chiusura del Paolucci - si sono bloccati, lasciando i pazienti in mezzo ai corridori puzzolenti di fumo ad ammirare le eterne polverose impalcature erette per un'improbabile ristrutturazione. Chi effettivamente si prende cura di questi pazienti che non sono ospiti, è quel personale sensibile e competente, non adeguatamente retribuito che quotidianamente segue i pazienti con dedizione e talvolta con empatia. Spesso costretti a lavorare senza le necessarie attrezzature, in condizioni difficili e testimone dell'inadeguatezza dei locali e del menù che non tiene conto delle difficoltà di molti anziani e delle esigenze alimentari dei vari pazienti».

La situazione è veramente al collasso. «Ci siamo anche sentiti dire», raccontano ancora i parenti, «che se non ci sta bene possiamo portare i nostri malati a casa. Quasi tutti i parenti avrebbero volentieri tenuto i propri anziani o malati psichiatrici in casa se ciò fosse stato possibile, anziché condannarli allo squallore di luoghi fatiscenti, sovraffollati, spersonalizzanti e senza un'adeguata assistenza notturna».
«La vicenda Paolucci», continua il comitato, «ha evidenziato quanto poco o niente il nostro paese, e nello specifico la nostra regione si occupa di chi soffre».

19/05/2010 9.46