La Giulianese, la coop che produceva marmellate ma buttava la frutta

Alessandro Biancardi

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GIULIANO TEATINO. La Giulianese, la cooperativa fallita ed in liquidazione coatta amministrativa, produceva carte (fatture, fidejussioni, verbali) o marmellate?


Oppure i vasetti – che peraltro continuano ad essere prodotti nello stesso stabilimento, ma con un altro marchio e da un'altra società – erano solo il pretesto per giustificare la girandola di finanziamenti, mutui, scoperti bancari e sconto fatture?
La Guardia di Finanza, che indaga in silenzio da molto tempo, un'idea se l'è sicuramente fatta, ma l'ha comunicata al magistrato che ora dovrà tirare le fila di questa intricatissima storia.
Intanto alcuni soci e quei componenti del CdA che alla fine hanno denunciato tutto e si sono rivolti all'avvocato Gabriella Luccitti sono convinti che nei documenti ufficiali non c'è tutta la verità.
Antonio Di Cintio, la cui denuncia è emblematica tanto che ha fatto scattare l'ispezione dell'Ispettorato del lavoro e l'intervento del Ministero per la liquidazione coatta della cooperativa, è chiarissimo: «Sì. Confermo quello che ho scritto due anni fa – racconta – la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l'approvazione del bilancio avvenuta secondo il verbale del 30 dicembre 2007. Io ero consigliere e non ne avevo saputo niente, anche se dalla visura della Camera di commercio risulta che c'ero e che i conti sono tutti a posto. Così è accaduto per il verbale del 28 giugno 2008, quando sono state rinnovate le cariche sociali e mi hanno cacciato perché avevo chiesto chiarimenti al presidente Antonio Profeta che evidentemente non gradiva la trasparenza. Anche in questo caso io non ne ho saputo nulla. Però i verbali ci sono».
Lo stesso meccanismo dev'essere stato usato per i finanziamenti e gli scoperti bancari: perché nemmeno i soci che ora si sono visti arrivare le ingiunzioni di pagamento da parte delle banche sanno tutto delle fidejussioni e delle garanzie prestate.
Solo oggi sono venuti a conoscenza dei buchi nei conti sia perché erano frazionati tra diversi istituti bancari sia perché alcuni le fidejussioni non le hanno proprio firmate, come risulta da una denuncia ai Carabinieri.
E che ci sia un pò di confusione nella gestione di questa montagna di debiti milionari lo confermerebbe lo stesso Profeta che da una parte sta rassicurando i singoli soci (ai quali peraltro in passato aveva promesso l'intervento dei suoi avvocati in caso di problemi giudiziari) e dall'altra avrebbe scritto alle banche chiarendo che alcuni soci non c'entrano con le ultime fidejussioni.
Le cifre richieste dalle banche sarebbero infatti solo in parte scoperti di conto corrente (emblematico quello iniziato con 33 mila euro e poi progressivamente aumentato fino a duecentomila euro), il resto dovrebbero essere le cifre del castelletto per l'anticipo fatture.
In sostanza Profeta accusa i suoi clienti di non avergli pagato le forniture, mettendolo in crisi.
Però le banche chiedono oggi e con molto ritardo il rientro dai debiti, rispetto alle avvisaglie del crak: come mai Profeta era così simpatico a tutti i direttori delle agenzie? Più strano ancora sembra essere il caso della BCC Sangro Teatina: chi conosceva tutto non era solo l'agenzia locale di Giuliano, ma la sede principale di Atessa, dove si sono svolte diverse riunioni e dove ci sono stati incontri al vertice, così come altri incontri si sono svolti nell'Agenzia BCC di Chieti scalo dove intanto è stato trasferito il direttore di Giuliano Teatino.
Fatto sta che già due anni fa, dopo l'approvazione del bilancio 2007, quella contestata perché “fantasma”, le voci della crisi interna ed economica della Giulianese erano di dominio pubblico a Giuliano e nel circondario, anche perché intanto era cresciuto in modo esponenziale il numero dei produttori locali di frutta che erano allontanati dalla Cooperativa anche in malo modo, con proteste e contestazioni per il mancato pagamento dei conferimenti di frutta.
E di questo c'è traccia nel verbale contestato, quando si scrive che in quell'anno non c'è più il criterio della “prevalenza” del prodotto locale rispetto agli acquisti esterni, che era e dovrebbe essere una delle caratteristiche della cooperativa. Buio fitto c'era anche su un altro aspetto, quello fiscale, che ora però sta venendo alla luce: la verifica della GdF avrebbe accertato un debito con l'erario di circa un milione e mezzo di cui i soci ignoravano l'esistenza. Come non conoscevano l'atto notarile di cessione di ramo d'azienda e di affitto dei macchinari da parte della Giulianese alla Energreen, avvenuto poco prima della liquidazione coatta, a condizioni che sono note solo oggi che l'atto è disponibile. E si fanno più insistenti le voci raccolte dagli inquirenti e delle quali si stanno cercando riscontri, anche se sembrano incredibili: alcuni produttori riferiscono di aver saputo che la loro frutta non era utilizzata per le marmellate. Sarebbe stata buttata nei campi e nei boschi: era più conveniente acquistare i semilavorati e riempire così i barattoli.
Sebastiano Calella 14/05/2010 10.51