Alpini abruzzesi ritrovano le loro montagne nel lontano Afghanistan

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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KABUL. Ci vuole un pizzico di fantasia e buona dose d’immaginazione per rivedere le belle montagne d’Abruzzo tra le brulle valli e le maestose cime dell’Afghanistan.

Ma questo è soprattutto il frutto di un grande spirito alpino e di una forte passione per la montagna.
Gli alpini del 9° reggimento, quando non impegnati in missioni all'estero come quella di questi mesi in Afghanistan, svolgono durante l'anno le cosiddette attività escursionistiche di specialità: ascensioni, arrampicate su parete naturale, movimenti tattici in zone d'alta montagna nel meraviglioso e incontaminato scenario del Gran Sasso e dei Monti della Laga.
«Siamo orgogliosi di questa missione. Sappiamo che stiamo facendo il bene della popolazione afghana. Ma ci mancano le belle montagne d'Abruzzo».
Chi parla è il maresciallo Armando Bisegna, di Capistrello, comandante del plotone alpieri del 9° reggimento alpini, un'unità con compiti esploranti con alto livello di preparazione nelle discipline di montagna, attualmente impegnato come responsabile della scorta personale del comandante della Task Force South a Farah.
«Forse per sentire un pò l'aria di casa, a testimonianza della nostra passione per la montagna, abbiamo rivisto, nelle cime che ci circondano, le vette a noi tanto care e familiari».
E' così, come per gioco, prosegue Bisegna, «che il Kuh-e Baghak (1217 metri), il Kuh-e Naser (1605 metri) e il Kuh-e Khan (1215 metri) sono diventati rispettivamente il Corno Grande, il monte Camicia, il monte Prena.
«C'è più di un elemento che accomuna le nostre arrampicate sulle pareti di roccia al lavoro che si svolge ogni giorno qui in Afghanistan: la fatica, il sudore e quella strana sensazione di disagio e apprensione. Le stesse sensazioni che si avvertono in parete e si provano quando usciamo dalla nostra base avanzata di Farah per recarci in pattuglia”, dice il caporal maggiore scelto Marco Stortini, altro esperto alpiere del 9° reggimento, che prosegue: “qui, però, la corda è costituita dall'affiatamento del team e l'addestramento rappresenta i chiodi che ci tengono saldamente ancorati alla parete».
E' vero, ci vuole un pizzico di fantasia, ma oggi, dopo aver ritrovato le loro montagne, gli alpieri del 9° reggimento, consapevoli dei rischi del mestiere, continueranno a svolgere il loro dovere con la “tosta” determinazione, come si dice in Abruzzo, che caratterizza ogni alpinista.
13/05/10 12.28